Alla conquista della Moiazza: la via ferrata Gianni Costantini

Un'avventura estrema tra le Dolomiti, tra traversi aerei, pareti verticali e panorami mozzafiato

Dettagli

  • hike_type Tipo escursione

    Ferrata

  • hike_difficult Difficoltà

    EEA

  • hike_distance Distanza

    13.89 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    1305.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1450 mt

  • parking Parcheggio

    Vai a GMaps

  • landscape Paesaggio

    star

    star

    star

    star

    star

  • historical interest Int. storico

    star

    star

    star empty

    star empty

    star empty

  • duration Durata

    13h

  • altitude_max Altitudine MAX

    2755.00 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1450 mt

  • hike_type Tipo escursione

    Ferrata

  • hike_difficult Difficoltà

    EEA

  • hike_distance Distanza

    13.89 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    1305.00 mt

  • altitude_max Altitudine MAX

    2755.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1450 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1450 mt

  • duration Durata

    13h

  • landscape Paesaggio

    star

    star

    star

    star

    star

  • historical interest Int. storico

    star

    star

    star empty

    star empty

    star empty

  • parking Parcheggio

    Vai a GMaps

Stagione

GEN
FEB
MAR
APR
MAG
GIU
LUG
AGO
SET
OTT
NOV
DIC

Sentieri

È l’alba al passo Duran, tra la Val di Zoldo e l’Agordino. Una timida nebbia oscura l’asfalto e fa risaltare il verde del bosco circostante, mentre Pelmo e Antelao si stagliano con i loro contorni ben definiti nel timido albeggiare.
L’avventura di oggi si svilupperà sulla Moiazza, attraverso l’ardita via ferrata Gianni Costantini, definita la più bella, lunga e difficile ferrata delle Dolomiti!
Ad accompagnarmi nell’avventura di oggi c’è Marco, già compagno nell’esplorazione del monte Rudo (Rautkofel), un itinerario che ormai non può più essere percorso a causa delle recenti frane. Ecco qui la relazione completa!
Parcheggiata l’auto al passo, ci prepariamo di tutto punto. La temperatura è di 13 gradi ma sicuramente salirà molto presto. Partiamo poco più tardi delle 6 con il sole che colpisce con un rosso accesso le pareti del Sass del Duram. Intraprendiamo il sentiero CAI 549 dietro al rifugio Tomè, e procediamo dapprima in direzione Nord-Ovest su sentiero per poi piegare decisamente in direzione Ovest su strada sterrata. La direzione porta al rifugio Bruto Carestiato, ma a quota 1800 circa, in corrispondenza di un tornante verso sinistra, ci addentriamo su evidente traccia che si insinua nel sottobosco per saltare il rifugio e arrivare subito all’attacco della ferrata. Nel bosco prestare attenzione e scegliere il bivio verso sinistra per ritrovarsi esattamente all’inizio della via ferrata a quota 1850 metri, 45 minuti dalla partenza.
La via inizia subito con un bel traverso. I primi 50 metri si sviluppano in diagonale verso sinistra, lungo una parete dove gli appigli sono pochi e piccoli, e ogni passo va conquistato con attenzione. Si risale seguendo questa linea obliqua fino a raggiungere un diedro verticale, che si affronta con decisione per poi uscire in forte esposizione e riprendere il traverso. In questa prima parte della ferrata è fondamentale gestire bene le energie: cercare ogni piccolo appoggio per i piedi è la chiave per alleggerire il carico sulle braccia, soprattutto in vista dei tratti più lunghi che ci aspettano. Dopo il traverso, si raggiunge una cengia molto stretta, con l’esposizione che si fa sentire. Si continua a sinistra, attraversando un tratto vario e mai banale: brevi placche inclinate si alternano a piccoli salti verticali (con alcuni passaggi di I° grado) e cengette, fino a raggiungere una zona di facili roccette, dove il terreno diventa più piacevole (1h 30m dall’attacco).
Proseguendo sempre verso sinistra, si raggiunge un tratto ben segnalato da una parete giallastra e un evidente bollo rosso: è qui che inizia il traverso, considerato il passaggio chiave dell’intera via. La linea segue una diagonale verso sinistra lungo una placca di roccia levigata, ma nonostante l'aspetto inizialmente scoraggiante, alcuni appigli ben posizionati per i piedi rendono il passaggio più agevole del previsto. Il traverso si supera con decisione e senza troppe difficoltà, e poco dopo si incontrano due pioli metallici dove, volendo, è possibile effettuare una breve sosta prima di affrontare la sezione successiva, che riprende a salire in verticale lungo la seconda parte della via.
In questo tratto la ferrata cambia decisamente tono e si fa subito più verticale, affrontando con decisione una parete liscia e imponente che si sviluppa per circa 60 metri. Si sale grazie a una sequenza di pioli e staffe ben posizionati, ma l'esposizione si fa sentire soprattutto nei primi 20 metri: il vuoto sotto i piedi è tangibile, e il cuore batte un po' più forte. Poi la linea piega leggermente a destra e la roccia, finalmente, si fa più articolata, offrendo gradoni naturali che aiutano nella progressione. Ancora qualche metro in verticale, un balzo deciso per superare una stretta gola sospesa, e poi ci aspettano delle ultime roccette che ci accompagnano verso un tratto più tranquillo. Il terreno si addolcisce e in breve raggiungiamo la Pala del Belia (2295 m), riconoscibile grazie a una piccola targhetta metallica. Siamo qui dopo circa 2 ore dall’attacco.
Riprendiamo la salita con una nuova sezione della via che si apre subito con un traverso esposto verso sinistra. La paretina iniziale offre appigli discreti, ma l'esposizione si fa sentire: il vuoto si apre sotto i piedi e la progressione richiede attenzione e sangue freddo. Pieghiamo ancora a sinistra, entrando in un suggestivo canalone incassato tra due pareti verticali che sembrano chiudersi sopra di noi. Qui il tracciato cambia tono: la salita si fa più semplice, priva di difficoltà tecniche, e si sviluppa su una lunga serie di roccette appoggiate. La roccia, ben frastagliata e solida, offre appigli generosi, e la fune metallica sempre presente ci permette di avanzare senza sovraccaricare le braccia.
Dopo una progressione regolare, ci troviamo davanti a un passaggio verticale più deciso: un salto roccioso di circa 6-8 metri ci costringe a cambiare ritmo. Due pioli strategici facilitano la salita di questo tratto più atletico, che si supera con qualche buon movimento di gambe.
Superato il balzo, lasciamo momentaneamente il tratto attrezzato e proseguiamo lungo una cengia non protetta che taglia verso destra, regalandoci vedute sempre più ampie e spettacolari. Prestare attenzione perchè in alcuni tratti la cengia è esile e l’ambientazione ampia potrebbe destabilizzare. È inspiegabile come qui non ci sia anche solo un cavo, anche lasco, a dare la sicurezza nella progressione.
La montagna si apre e la salita riprende, prima con una paretina verticale ricca di buoni appigli, poi con una placca ben lavorata, dove mani e piedi trovano facilmente il loro posto su facili roccette e qualche passaggio di I grado. Attraversiamo una prima cengia, poi affrontiamo una nuova serie di balzi rocciosi, mai troppo difficili ma continui, fino a raggiungere una seconda cengia, questa volta decisamente più esposta. Lo scrambling qui è davvero divertente, bisogna riconoscerlo! Sopra di noi ora si apre l’ultimo tratto: un camino non particolarmente ostico ma suggestivo, che risaliamo con calma e precisione. Ancora qualche metro ed eccoci finalmente su Cima Cattedrale (2557 m), raggiunta dopo circa 3h e 30’ dall’attacco. Il panorama qui toglie il fiato e questa volta non è solo per la fatica.
Ripartiamo seguendo la freccia rossa dipinta sulla parete, che ci guida verso sinistra. Superiamo un primo balzo roccioso e proseguiamo su sentiero, da cui possiamo già scorgere il tracciato che ci condurrà verso la cresta. La via prosegue lungo una serie di cenge inclinate e brevi risalti rocciosi, mai troppo complessi. L’unica eccezione è un salto di circa 6 metri, dove la roccia levigata richiede attenzione e qualche movimento più deciso. Dopo questo passaggio, ci spostiamo su una breve cengia verso sinistra e ci troviamo alla base di una paretina verticale di circa 15 metri (I grado): più impegnativa dei tratti appena superati, ma meno ostica rispetto ai passaggi chiave incontrati in precedenza. Questa parete è di fatto un’esile lama che divide due baratri che fortunatamente non si percepiscono durante la salita. I facili appigli permettono di superare agilmente questa parete e al termine vi sentirete piacevolmente appagati!
Con un ultimo sforzo, risaliamo su roccette appoggiate, attenzione che risultano lisce nell’ultimo tratto, che ci accompagnano fino alla tanto attesa Cresta delle Masenade. Davanti a noi, dritta e in tutta la sua imponenza, si staglia la vetta della Moiazza Sud, ormai vicina. Sono passate circa 4 ore dall’attacco, e l’adrenalina comincia a lasciare spazio all’entusiasmo della conquista. Una vista eccezionale si prospetta davanti a noi con il maestoso Re delle Dolomiti, l’Antelao, e il Caregon del Padre Eterno, il Pelmo, a rubare la scena anche al Cristallo, alla Croda Rossa d’Ampezzo, fino alle cime friulane con l’inconfondibile Duranno.
Dopo una meritata pausa per ammirare il panorama grandioso che ci circonda, siamo pronti ad affrontare la prossima sezione della via, che cambia completamente carattere rispetto a quanto affrontato finora. Con la vetta della Moiazza Sud ben visibile davanti a noi, iniziamo a percorrere la Cresta delle Masenade, alternando tratti facili e panoramici ad altri più tecnici e impegnativi. In brevi punti è presente il cavo metallico, ma la maggior parte del percorso in questo tratto è privo di assicurazione.
Sono presenti un paio di passaggi in discesa, piuttosto esposti, che permettono di superare dei blocchi rocciosi, non protetti, appoggiati sulla cresta a strapiombo. Un piolo di ferro conficcato nella roccia più grande, permette la calata in “sicurezza” in un passaggio di I grado. Questo segmento, a mio avviso, è il più pericoloso dell’itinerario e richiede concentrazione e movimenti ben controllati. Questo tratto ci porta alla Forcella delle Masenade (2650 m), segnalata da una targhetta metallica e rappresenta un punto cruciale dell’itinerario. Qui si incontra anche una deviazione a destra, che permette di raggiungere il Bivacco Grisetti, via di fuga per interrompere l’itinerario.
Superata la forcella, seguiamo le consuete frecce e bolli rossi, e il percorso si fa meno esposto. Abbandoniamo la cresta e iniziamo a tagliare in mezzacosta una lunga serie di placche inclinate, che ci guidano verso le pendici della Moiazza Sud. Il tracciato è ben segnalato e regala un’andatura più fluida, pur mantenendo tratti tecnici. Infine, raggiungiamo una cengia ferrata in leggera discesa che ci accompagna fino alla base dell’ultima sezione verticale della via. Siamo ora a circa 4 ore e 45 minuti dall’attacco, pronti per affrontare l’ultimo tratto verso la vetta. Terminata la cengia in leggera discesa, il cavo riprende deciso e vira bruscamente in verticale, seguendo le pareti scure e giallastre che ci si parano davanti. Affrontiamo subito un primo balzo verticale, poi la linea si sposta in diagonale verso destra, risalendo una serie di gradoni rocciosi. La progressione è continua e mai banale. Ritorniamo presto a salire in verticale, questa volta all’interno di un canalino gradonato, dove i passaggi si fanno più ravvicinati ma restano ben gestibili. La roccia è solida. Dopo alcuni ultimi passaggi, mai particolarmente difficili, raggiungiamo il punto in cui termina il tratto attrezzato.
Da qui in poi ci affidiamo ai bollini rossi, che ci guidano lungo un piano inclinato verso sinistra, in direzione di un nuovo tratto di cresta che segna l’ultima parte della salita. Il terreno diventa più aperto, ma richiede comunque attenzione: attraversiamo un ghiaione e ci troviamo davanti a un bivio cruciale. Una chiara scritta su roccia ci indica che a destra si risale alla vetta della Moiazza Sud; a sinistra, invece, si può aggirare la cima lungo la suggestiva e aerea Cengia Angelini (5h 15m dall’attacco).
Ovviamente noi seguitiamo per la vetta e qui si ha, a mio avviso, il vero punto chiave della ferrata. Soprattutto il primo segmento di cavo ferrato che si ha davanti: una roccia liscia e senza appigli per piedi e mani, obbliga ad una progressione rapidissima per riuscire a cambiare i moschettoni e procedere sul secondo segmento ferrato. Questa operazione risulta difficoltosa anche per Marco che riesce a superare il punto critico e ad incunearsi nel canalino che porta alla cresta superiore. Io cerco di emularlo, ma la fatica nella braccia si fa sentire. La roccia liscia e senza appigli per i piedi non mi permette di scaricare minimamente il mio peso sulle gambe e sono costretto ad uno sforzo che non riesco a sostenere a questo punto dell’avventura. Capisco il momento e cerco di tornare indietro per riprendere un po’ di forze, ma la mano destra perde il controllo del cavo facendomi cadere rovinosamente a terra, fortunatamente da un paio di metri. Mi ritrovo così a terra, integro, ma sfinito e mentalmente provato. Lascio Marco procedere verso la cima e io rimango tra i miei pensieri che vorrebbero un nuovo tentativo. Vedo a bordo della ferrata, un esile sentiero che porta a delle rocce (II - III grado) che mi permetterebbero di superare il primo segmento di cavo ferrato e permettermi di ritrovarmi direttamente nel canalino finale. Il tratto risulta non protetto e proteso nel vuoto sottostante… Quando la mia testa ha terminato di formulare questa possibilità, ho capito che dovevo rinunciare alla vetta, preservare le forze per la discesa e rimandare la cima della Moiazza in un momento in cui sarò più allenato e lucido.
Sono contento di essere arrivato a questo punto, mi dispiace solo che non potesse esserci un fittone o solo dei labili tacchetti accennate sulla roccia per poter avere maggiore presa con i piedi. Quelli sarebbero stati fondamentali per questo pezzo di via ma, come detto, sarà necessaria una nuova avventura per concludere il giro anche con la cima. Mi godo il super panorama che mi si presenta davanti e attendo Marco che è riuscito a salire in vetta dopo le ultime semplici, ma mai banali, creste.
Ha inizio ora la discesa. Seguiamo i bollini rossi che ci guidano verso sinistra, in direzione della celebre Cengia Angelini. Dopo pochi minuti incontriamo un cartello che segna l’inizio del tratto attrezzato: una breve porzione di fune metallica, utile più come riferimento che come reale ausilio.
La cengia inizia ampia e relativamente comoda, permettendoci di aggirare il versante ovest della Moiazza Sud. Il tracciato, sebbene tecnicamente semplice, è quasi del tutto privo di protezioni: la vastità dell’ambiente e l’esposizione costante richiedono attenzione e passo fermo.
Dopo aver aggirato una sporgenza rocciosa, la cengia si restringe, ma fortunatamente torna ad essere attrezzata nei punti più delicati. Proseguiamo lungo tratti esposti, superando alcuni spigoli affilati, mentre il sentiero inizia lentamente a perdere quota.
In alcuni punti il fondo si fa più insidioso: rocce lisce coperte da ghiaino instabile rendono il passo incerto, e in diversi tratti ci si chiede davvero perché non sia stata installata almeno una fune metallica, anche lasca, vista la forte esposizione e la larghezza esigua della traccia. Serve massima concentrazione: qui l’errore non è concesso.
Infine, prima di concludere la cengia e immetterci nel ghiaione finale, ci attende un ultimo ostacolo: una breve disarrampicata su un blocco roccioso di circa 2-3 metri (I grado). Un passaggio che, pur non essendo difficile, va affrontato con attenzione, specialmente dopo la lunga sezione aerea appena superata.
Proseguiamo nella discesa seguendo la traccia che ci guida verso il Bivacco Ghedini (2600 m), situato poco sotto la Forcella delle Nevere, in una conca solitaria e suggestiva. Ci troviamo a scendere su un ghiaione piuttosto instabile, dove è importante valutare bene ogni passo. Dopo circa 1 ora e 30 minuti dal bivio tra la Cengia Angelini e la vetta, raggiungiamo finalmente il Bivacco Ghedini, piccolo ma ben visibile, che rappresenta un punto di sosta ideale prima di affrontare la lunga discesa verso valle. Davanti a noi la splendida vista sull’intera Civetta.
Dopo una breve ma rigenerante sosta al Bivacco Ghedini, riprendiamo il cammino iniziando la lunga discesa verso valle. Davanti a noi, in fondo al canalone, si apre la valle che dovremo raggiungere: il traguardo è visibile, ma ancora lontano. Poco dopo la partenza, incontriamo un primo tratto attrezzato con fune metallica, utile per scendere alcuni metri in sicurezza. Da qui il sentiero risale brevemente verso destra, un tratto in contropendenza che richiede ancora un po’ di energia prima di iniziare la discesa vera e propria.
Da questo punto in poi si entra nel vivo della discesa: un’alternanza di passaggi tecnici, brevi tratti di sentiero e balzi rocciosi (I grado) che richiedono attenzione e passo sicuro. Il terreno è vario e mai completamente banale.
Man mano che perdiamo quota, affrontiamo alcuni passaggi attrezzati, non particolarmente lunghi ma da non sottovalutare, così come placche lisce che in caso di umidità possono diventare insidiose. Il ritmo è spezzato da continue variazioni di terreno che includono anche una disarrampicata di II di 3 metri nella parte finale della discesa. Con pazienza e attenzione scendiamo fino alla parte terminale del ghiaione.
Finalmente compaiono i primi mughi e alberi, indice che la parte più aspra è alle spalle. Poco dopo incrociamo il sentiero CAI 554, che segna la fine dei tratti attrezzati e delle principali difficoltà di questo lungo e impegnativo itinerario. Dal bivacco al sentiero 554 servono circa 2 ore e 15 minuti. In totale, dalla partenza, siamo a 9 ore di via effettiva e circa 10 ore complessive, pause escluse.
Il resto del percorso è una lunga camminata verso il rifugio Bruto Carestiato, che io ho sofferto ulteriormente dalla completa mancanza di acqua. Una volta raggiunto il rifugio, soddisfatta la mia sete estrema, abbiamo proseguito per il passo Duran quando ormai si è fatto il tramonto sulla giornata. Alla fine il percorso registra 11h 45m effettivi per completare l’intero anello e 13h comprese le pause! Un’avventura epica, che ha pochi eguali nel mio diario personale.
Concludiamo così un’avventura straordinaria, immersa in uno degli ambienti più maestosi e severi delle Dolomiti. Un itinerario lungo, tecnico, esposto e mai banale, che offre panorami grandiosi e passaggi mozzafiato, ma che richiede lucidità, forza mentale e resistenza fisica dall’inizio alla fine.
La manutenzione è impeccabile: i cavi sono tutti in sede e perfettamente tesi, segno dell’attenzione e del rispetto che questa via merita. Ma è fondamentale essere consapevoli che questa non è una ferrata tradizionale, dove ci si affida a un cavo continuo per tutto il percorso. Si tratta invece di una grande via di montagna, da affrontare con spirito alpinistico, che si sviluppa su oltre 10 ore di cammino complessivo, tra salite impegnative, tratti esposti e una lunga discesa tecnica. Il cavo è presente solo dove davvero necessario, nei passaggi più delicati o esposti. Per tutto il resto, bisogna affrontare centinaia di passaggi di I grado, e non mancano alcuni passaggi di II grado, da superare anche quando la stanchezza si fa sentire.
Un’ultima nota importante riguarda i tre passaggi chiave che riportavo sopra, tutti traversi su roccia liscia e levigata, dove l’unico modo per procedere è in aderenza, con il corpo in trazione sul cavo. I primi due sono stati in parte agevolati: uno con qualche piccola tacca per la punta degli scarponi, l’altro con un paio di provvidenziali pioli. Ma il terzo, quello che si incontra nei pressi del bivio per la vetta, non è stato facilitato in alcun modo. È liscio, scivoloso… e da affrontare anche in discesa. È proprio lì, dopo ore di impegno continuo, che è arrivata la mia decisione di rinunciare alla vetta.
Questa è una via per escursionisti esperti, ottimamente allenati, e con grande esperienza in ambienti estremamente esposti e selvaggi. Ma per chi ha la preparazione, la testa e il rispetto necessari, la Cresta delle Masenade, la Moiazza Sud, la Cengia Angelini e, più in generale la ferrata Costantini, regalano un'esperienza indimenticabile, tra le più belle e dure delle Dolomiti.

È l’alba al passo Duran, tra la Val di Zoldo e l’Agordino. Una timida nebbia oscura l’asfalto e fa risaltare il verde del bosco circostante, mentre Pelmo e Antelao si stagliano con i loro contorni ben definiti nel timido albeggiare.
L’avventura di oggi si svilupperà sulla Moiazza, attraverso l’ardita via ferrata Gianni Costantini, definita la più bella, lunga e difficile ferrata delle Dolomiti!
Ad accompagnarmi nell’avventura di oggi c’è Marco, già compagno nell’esplorazione del monte Rudo (Rautkofel), un itinerario che ormai non può più essere percorso a causa delle recenti frane. Ecco qui la relazione completa!
Parcheggiata l’auto al passo, ci prepariamo di tutto punto. La temperatura è di 13 gradi ma sicuramente salirà molto presto. Partiamo poco più tardi delle 6 con il sole che colpisce con un rosso accesso le pareti del Sass del Duram. Intraprendiamo il sentiero CAI 549 dietro al rifugio Tomè, e procediamo dapprima in direzione Nord-Ovest su sentiero per poi piegare decisamente in direzione Ovest su strada sterrata. La direzione porta al rifugio Bruto Carestiato, ma a quota 1800 circa, in corrispondenza di un tornante verso sinistra, ci addentriamo su evidente traccia che si insinua nel sottobosco per saltare il rifugio e arrivare subito all’attacco della ferrata. Nel bosco prestare attenzione e scegliere il bivio verso sinistra per ritrovarsi esattamente all’inizio della via ferrata a quota 1850 metri, 45 minuti dalla partenza.
La via inizia subito con un bel traverso. I primi 50 metri si sviluppano in diagonale verso sinistra, lungo una parete dove gli appigli sono pochi e piccoli, e ogni passo va conquistato con attenzione. Si risale seguendo questa linea obliqua fino a raggiungere un diedro verticale, che si affronta con decisione per poi uscire in forte esposizione e riprendere il traverso. In questa prima parte della ferrata è fondamentale gestire bene le energie: cercare ogni piccolo appoggio per i piedi è la chiave per alleggerire il carico sulle braccia, soprattutto in vista dei tratti più lunghi che ci aspettano. Dopo il traverso, si raggiunge una cengia molto stretta, con l’esposizione che si fa sentire. Si continua a sinistra, attraversando un tratto vario e mai banale: brevi placche inclinate si alternano a piccoli salti verticali (con alcuni passaggi di I° grado) e cengette, fino a raggiungere una zona di facili roccette, dove il terreno diventa più piacevole (1h 30m dall’attacco).
Proseguendo sempre verso sinistra, si raggiunge un tratto ben segnalato da una parete giallastra e un evidente bollo rosso: è qui che inizia il traverso, considerato il passaggio chiave dell’intera via. La linea segue una diagonale verso sinistra lungo una placca di roccia levigata, ma nonostante l'aspetto inizialmente scoraggiante, alcuni appigli ben posizionati per i piedi rendono il passaggio più agevole del previsto. Il traverso si supera con decisione e senza troppe difficoltà, e poco dopo si incontrano due pioli metallici dove, volendo, è possibile effettuare una breve sosta prima di affrontare la sezione successiva, che riprende a salire in verticale lungo la seconda parte della via.
In questo tratto la ferrata cambia decisamente tono e si fa subito più verticale, affrontando con decisione una parete liscia e imponente che si sviluppa per circa 60 metri. Si sale grazie a una sequenza di pioli e staffe ben posizionati, ma l'esposizione si fa sentire soprattutto nei primi 20 metri: il vuoto sotto i piedi è tangibile, e il cuore batte un po' più forte. Poi la linea piega leggermente a destra e la roccia, finalmente, si fa più articolata, offrendo gradoni naturali che aiutano nella progressione. Ancora qualche metro in verticale, un balzo deciso per superare una stretta gola sospesa, e poi ci aspettano delle ultime roccette che ci accompagnano verso un tratto più tranquillo. Il terreno si addolcisce e in breve raggiungiamo la Pala del Belia (2295 m), riconoscibile grazie a una piccola targhetta metallica. Siamo qui dopo circa 2 ore dall’attacco.
Riprendiamo la salita con una nuova sezione della via che si apre subito con un traverso esposto verso sinistra. La paretina iniziale offre appigli discreti, ma l'esposizione si fa sentire: il vuoto si apre sotto i piedi e la progressione richiede attenzione e sangue freddo. Pieghiamo ancora a sinistra, entrando in un suggestivo canalone incassato tra due pareti verticali che sembrano chiudersi sopra di noi. Qui il tracciato cambia tono: la salita si fa più semplice, priva di difficoltà tecniche, e si sviluppa su una lunga serie di roccette appoggiate. La roccia, ben frastagliata e solida, offre appigli generosi, e la fune metallica sempre presente ci permette di avanzare senza sovraccaricare le braccia.
Dopo una progressione regolare, ci troviamo davanti a un passaggio verticale più deciso: un salto roccioso di circa 6-8 metri ci costringe a cambiare ritmo. Due pioli strategici facilitano la salita di questo tratto più atletico, che si supera con qualche buon movimento di gambe.
Superato il balzo, lasciamo momentaneamente il tratto attrezzato e proseguiamo lungo una cengia non protetta che taglia verso destra, regalandoci vedute sempre più ampie e spettacolari. Prestare attenzione perchè in alcuni tratti la cengia è esile e l’ambientazione ampia potrebbe destabilizzare. È inspiegabile come qui non ci sia anche solo un cavo, anche lasco, a dare la sicurezza nella progressione.
La montagna si apre e la salita riprende, prima con una paretina verticale ricca di buoni appigli, poi con una placca ben lavorata, dove mani e piedi trovano facilmente il loro posto su facili roccette e qualche passaggio di I grado. Attraversiamo una prima cengia, poi affrontiamo una nuova serie di balzi rocciosi, mai troppo difficili ma continui, fino a raggiungere una seconda cengia, questa volta decisamente più esposta. Lo scrambling qui è davvero divertente, bisogna riconoscerlo! Sopra di noi ora si apre l’ultimo tratto: un camino non particolarmente ostico ma suggestivo, che risaliamo con calma e precisione. Ancora qualche metro ed eccoci finalmente su Cima Cattedrale (2557 m), raggiunta dopo circa 3h e 30’ dall’attacco. Il panorama qui toglie il fiato e questa volta non è solo per la fatica.
Ripartiamo seguendo la freccia rossa dipinta sulla parete, che ci guida verso sinistra. Superiamo un primo balzo roccioso e proseguiamo su sentiero, da cui possiamo già scorgere il tracciato che ci condurrà verso la cresta. La via prosegue lungo una serie di cenge inclinate e brevi risalti rocciosi, mai troppo complessi. L’unica eccezione è un salto di circa 6 metri, dove la roccia levigata richiede attenzione e qualche movimento più deciso. Dopo questo passaggio, ci spostiamo su una breve cengia verso sinistra e ci troviamo alla base di una paretina verticale di circa 15 metri (I grado): più impegnativa dei tratti appena superati, ma meno ostica rispetto ai passaggi chiave incontrati in precedenza. Questa parete è di fatto un’esile lama che divide due baratri che fortunatamente non si percepiscono durante la salita. I facili appigli permettono di superare agilmente questa parete e al termine vi sentirete piacevolmente appagati!
Con un ultimo sforzo, risaliamo su roccette appoggiate, attenzione che risultano lisce nell’ultimo tratto, che ci accompagnano fino alla tanto attesa Cresta delle Masenade. Davanti a noi, dritta e in tutta la sua imponenza, si staglia la vetta della Moiazza Sud, ormai vicina. Sono passate circa 4 ore dall’attacco, e l’adrenalina comincia a lasciare spazio all’entusiasmo della conquista. Una vista eccezionale si prospetta davanti a noi con il maestoso Re delle Dolomiti, l’Antelao, e il Caregon del Padre Eterno, il Pelmo, a rubare la scena anche al Cristallo, alla Croda Rossa d’Ampezzo, fino alle cime friulane con l’inconfondibile Duranno.
Dopo una meritata pausa per ammirare il panorama grandioso che ci circonda, siamo pronti ad affrontare la prossima sezione della via, che cambia completamente carattere rispetto a quanto affrontato finora. Con la vetta della Moiazza Sud ben visibile davanti a noi, iniziamo a percorrere la Cresta delle Masenade, alternando tratti facili e panoramici ad altri più tecnici e impegnativi. In brevi punti è presente il cavo metallico, ma la maggior parte del percorso in questo tratto è privo di assicurazione.
Sono presenti un paio di passaggi in discesa, piuttosto esposti, che permettono di superare dei blocchi rocciosi, non protetti, appoggiati sulla cresta a strapiombo. Un piolo di ferro conficcato nella roccia più grande, permette la calata in “sicurezza” in un passaggio di I grado. Questo segmento, a mio avviso, è il più pericoloso dell’itinerario e richiede concentrazione e movimenti ben controllati. Questo tratto ci porta alla Forcella delle Masenade (2650 m), segnalata da una targhetta metallica e rappresenta un punto cruciale dell’itinerario. Qui si incontra anche una deviazione a destra, che permette di raggiungere il Bivacco Grisetti, via di fuga per interrompere l’itinerario.
Superata la forcella, seguiamo le consuete frecce e bolli rossi, e il percorso si fa meno esposto. Abbandoniamo la cresta e iniziamo a tagliare in mezzacosta una lunga serie di placche inclinate, che ci guidano verso le pendici della Moiazza Sud. Il tracciato è ben segnalato e regala un’andatura più fluida, pur mantenendo tratti tecnici. Infine, raggiungiamo una cengia ferrata in leggera discesa che ci accompagna fino alla base dell’ultima sezione verticale della via. Siamo ora a circa 4 ore e 45 minuti dall’attacco, pronti per affrontare l’ultimo tratto verso la vetta.



Data

08-08-2025

Distanza

13.89 KM

Tipo escursione

Ferrata

Dislivello

1450 mt

  • Montagna

    Gruppo del Moiazza

  • Indirizzo

    Passo Duran, Veneto

  • Altitudine

    2755.00 m

  • Rifugi

    Rifugio Carestiato

  • Informazioni

    Rifugio Bruto Carestiato

Terminata la cengia in leggera discesa, il cavo riprende deciso e vira bruscamente in verticale, seguendo le pareti scure e giallastre che ci si parano davanti. Affrontiamo subito un primo balzo verticale, poi la linea si sposta in diagonale verso destra, risalendo una serie di gradoni rocciosi. La progressione è continua e mai banale. Ritorniamo presto a salire in verticale, questa volta all’interno di un canalino gradonato, dove i passaggi si fanno più ravvicinati ma restano ben gestibili. La roccia è solida. Dopo alcuni ultimi passaggi, mai particolarmente difficili, raggiungiamo il punto in cui termina il tratto attrezzato.
Da qui in poi ci affidiamo ai bollini rossi, che ci guidano lungo un piano inclinato verso sinistra, in direzione di un nuovo tratto di cresta che segna l’ultima parte della salita. Il terreno diventa più aperto, ma richiede comunque attenzione: attraversiamo un ghiaione e ci troviamo davanti a un bivio cruciale. Una chiara scritta su roccia ci indica che a destra si risale alla vetta della Moiazza Sud; a sinistra, invece, si può aggirare la cima lungo la suggestiva e aerea Cengia Angelini (5h 15m dall’attacco).
Ovviamente noi seguitiamo per la vetta e qui si ha, a mio avviso, il vero punto chiave della ferrata. Soprattutto il primo segmento di cavo ferrato che si ha davanti: una roccia liscia e senza appigli per piedi e mani, obbliga ad una progressione rapidissima per riuscire a cambiare i moschettoni e procedere sul secondo segmento ferrato. Questa operazione risulta difficoltosa anche per Marco che riesce a superare il punto critico e ad incunearsi nel canalino che porta alla cresta superiore. Io cerco di emularlo, ma la fatica nella braccia si fa sentire. La roccia liscia e senza appigli per i piedi non mi permette di scaricare minimamente il mio peso sulle gambe e sono costretto ad uno sforzo che non riesco a sostenere a questo punto dell’avventura. Capisco il momento e cerco di tornare indietro per riprendere un po’ di forze, ma la mano destra perde il controllo del cavo facendomi cadere rovinosamente a terra, fortunatamente da un paio di metri. Mi ritrovo così a terra, integro, ma sfinito e mentalmente provato. Lascio Marco procedere verso la cima e io rimango tra i miei pensieri che vorrebbero un nuovo tentativo. Vedo a bordo della ferrata, un esile sentiero che porta a delle rocce (II - III grado) che mi permetterebbero di superare il primo segmento di cavo ferrato e permettermi di ritrovarmi direttamente nel canalino finale. Il tratto risulta non protetto e proteso nel vuoto sottostante… Quando la mia testa ha terminato di formulare questa possibilità, ho capito che dovevo rinunciare alla vetta, preservare le forze per la discesa e rimandare la cima della Moiazza in un momento in cui sarò più allenato e lucido.
Sono contento di essere arrivato a questo punto, mi dispiace solo che non potesse esserci un fittone o solo dei labili tacchetti accennate sulla roccia per poter avere maggiore presa con i piedi. Quelli sarebbero stati fondamentali per questo pezzo di via ma, come detto, sarà necessaria una nuova avventura per concludere il giro anche con la cima. Mi godo il super panorama che mi si presenta davanti e attendo Marco che è riuscito a salire in vetta dopo le ultime semplici, ma mai banali, creste.
Ha inizio ora la discesa. Seguiamo i bollini rossi che ci guidano verso sinistra, in direzione della celebre Cengia Angelini. Dopo pochi minuti incontriamo un cartello che segna l’inizio del tratto attrezzato: una breve porzione di fune metallica, utile più come riferimento che come reale ausilio.
La cengia inizia ampia e relativamente comoda, permettendoci di aggirare il versante ovest della Moiazza Sud. Il tracciato, sebbene tecnicamente semplice, è quasi del tutto privo di protezioni: la vastità dell’ambiente e l’esposizione costante richiedono attenzione e passo fermo.
Dopo aver aggirato una sporgenza rocciosa, la cengia si restringe, ma fortunatamente torna ad essere attrezzata nei punti più delicati. Proseguiamo lungo tratti esposti, superando alcuni spigoli affilati, mentre il sentiero inizia lentamente a perdere quota.
In alcuni punti il fondo si fa più insidioso: rocce lisce coperte da ghiaino instabile rendono il passo incerto, e in diversi tratti ci si chiede davvero perché non sia stata installata almeno una fune metallica, anche lasca, vista la forte esposizione e la larghezza esigua della traccia. Serve massima concentrazione: qui l’errore non è concesso.
Infine, prima di concludere la cengia e immetterci nel ghiaione finale, ci attende un ultimo ostacolo: una breve disarrampicata su un blocco roccioso di circa 2-3 metri (I grado). Un passaggio che, pur non essendo difficile, va affrontato con attenzione, specialmente dopo la lunga sezione aerea appena superata.
Proseguiamo nella discesa seguendo la traccia che ci guida verso il Bivacco Ghedini (2600 m), situato poco sotto la Forcella delle Nevere, in una conca solitaria e suggestiva. Ci troviamo a scendere su un ghiaione piuttosto instabile, dove è importante valutare bene ogni passo. Dopo circa 1 ora e 30 minuti dal bivio tra la Cengia Angelini e la vetta, raggiungiamo finalmente il Bivacco Ghedini, piccolo ma ben visibile, che rappresenta un punto di sosta ideale prima di affrontare la lunga discesa verso valle. Davanti a noi la splendida vista sull’intera Civetta.
Dopo una breve ma rigenerante sosta al Bivacco Ghedini, riprendiamo il cammino iniziando la lunga discesa verso valle. Davanti a noi, in fondo al canalone, si apre la valle che dovremo raggiungere: il traguardo è visibile, ma ancora lontano. Poco dopo la partenza, incontriamo un primo tratto attrezzato con fune metallica, utile per scendere alcuni metri in sicurezza. Da qui il sentiero risale brevemente verso destra, un tratto in contropendenza che richiede ancora un po’ di energia prima di iniziare la discesa vera e propria.
Da questo punto in poi si entra nel vivo della discesa: un’alternanza di passaggi tecnici, brevi tratti di sentiero e balzi rocciosi (I grado) che richiedono attenzione e passo sicuro. Il terreno è vario e mai completamente banale.
Man mano che perdiamo quota, affrontiamo alcuni passaggi attrezzati, non particolarmente lunghi ma da non sottovalutare, così come placche lisce che in caso di umidità possono diventare insidiose. Il ritmo è spezzato da continue variazioni di terreno che includono anche una disarrampicata di II di 3 metri nella parte finale della discesa. Con pazienza e attenzione scendiamo fino alla parte terminale del ghiaione.
Finalmente compaiono i primi mughi e alberi, indice che la parte più aspra è alle spalle. Poco dopo incrociamo il sentiero CAI 554, che segna la fine dei tratti attrezzati e delle principali difficoltà di questo lungo e impegnativo itinerario. Dal bivacco al sentiero 554 servono circa 2 ore e 15 minuti. In totale, dalla partenza, siamo a 9 ore di via effettiva e circa 10 ore complessive, pause escluse.
Il resto del percorso è una lunga camminata verso il rifugio Bruto Carestiato, che io ho sofferto ulteriormente dalla completa mancanza di acqua. Una volta raggiunto il rifugio, soddisfatta la mia sete estrema, abbiamo proseguito per il passo Duran quando ormai si è fatto il tramonto sulla giornata. Alla fine il percorso registra 11h 45m effettivi per completare l’intero anello e 13h comprese le pause! Un’avventura epica, che ha pochi eguali nel mio diario personale.
Concludiamo così un’avventura straordinaria, immersa in uno degli ambienti più maestosi e severi delle Dolomiti. Un itinerario lungo, tecnico, esposto e mai banale, che offre panorami grandiosi e passaggi mozzafiato, ma che richiede lucidità, forza mentale e resistenza fisica dall’inizio alla fine.
La manutenzione è impeccabile: i cavi sono tutti in sede e perfettamente tesi, segno dell’attenzione e del rispetto che questa via merita. Ma è fondamentale essere consapevoli che questa non è una ferrata tradizionale, dove ci si affida a un cavo continuo per tutto il percorso. Si tratta invece di una grande via di montagna, da affrontare con spirito alpinistico, che si sviluppa su oltre 10 ore di cammino complessivo, tra salite impegnative, tratti esposti e una lunga discesa tecnica. Il cavo è presente solo dove davvero necessario, nei passaggi più delicati o esposti. Per tutto il resto, bisogna affrontare centinaia di passaggi di I grado, e non mancano alcuni passaggi di II grado, da superare anche quando la stanchezza si fa sentire.
Un’ultima nota importante riguarda i tre passaggi chiave che riportavo sopra, tutti traversi su roccia liscia e levigata, dove l’unico modo per procedere è in aderenza, con il corpo in trazione sul cavo. I primi due sono stati in parte agevolati: uno con qualche piccola tacca per la punta degli scarponi, l’altro con un paio di provvidenziali pioli. Ma il terzo, quello che si incontra nei pressi del bivio per la vetta, non è stato facilitato in alcun modo. È liscio, scivoloso… e da affrontare anche in discesa. È proprio lì, dopo ore di impegno continuo, che è arrivata la mia decisione di rinunciare alla vetta.
Questa è una via per escursionisti esperti, ottimamente allenati, e con grande esperienza in ambienti estremamente esposti e selvaggi. Ma per chi ha la preparazione, la testa e il rispetto necessari, la Cresta delle Masenade, la Moiazza Sud, la Cengia Angelini e, più in generale la ferrata Costantini, regalano un'esperienza indimenticabile, tra le più belle e dure delle Dolomiti.



Non perdere l'occasione di vivere l'emozione dell'escursione che hai appena letto!
Clicca qui e guarda il video esclusivo su YouTube per un'esperienza ancora più immersiva!


Ti è piaciuta la mia avventura?

Difficoltà

Escursionisti Esperti con Attrezzatura - Vengono indicati i percorsi attrezzati (o vie ferrate), richiedono l'uso dei dispositivi di autoassicurazione.



;