Dettagli
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Tipo escursioneEscursione
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DifficoltàEE
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Distanza4.86 KM
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Altitudine MIN1778.00 mt
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Dislivello +512 mt
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Parcheggio
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Paesaggio





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Int. storico





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Durata3h 30m
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Altitudine MAX2290.00 mt
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Dislivello --512 mt
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Tipo escursioneEscursione
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DifficoltàEE
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Distanza4.86 KM
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Altitudine MIN1778.00 mt
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Altitudine MAX2290.00 mt
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Dislivello +512 mt
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Dislivello --512 mt
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Durata3h 30m
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Paesaggio





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Int. storico





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Parcheggio
Stagione
Come dicevo, partiamo dal Passo Giau, un luogo super turistico, attraversato da migliaia di persone ogni anno. Noi intraprenderemo delle vie nascoste, a pochi passi dai “merenderos”, per riscoprire zone incontaminate, sconosciute alla maggior parte delle persone, ma dal grande bagaglio storico-culturale.
Parcheggiamo l’auto prima di raggiungere il passo, nel versante Ampezzano, appena superata la Muraglia di Giau. È proprio questa una delle riscoperte della giornata. Un muretto a secco lungo due kilometri che taglia longitudinalmente la Valle di Giau da Est a Ovest. Un’opera creata nel 1753 dagli abitanti di San Vito di Cadore per delimitare la propria zona di pascolo a causa di diatribe che si protraevano dal 1300. Ma vediamo come viene descritta questa muraglia dai libri di storia, quelli interessanti, come “La scoperta delle Dolomiti” del 1862 di Paul Grohmann: […] Da Pocol il sentiero entra nel bosco mantenendosi sotto le pendici di Formin fino a raggiungere il confine del Comune d'Ampezzo che taglia con un muro vero e proprio la valle di Giau, la cui parte su-periore, che è tutta una distesa prativa, appartiene così alla provincia di Belluno. […] Il muro, che è lungo circa 2 km ed era alto 2 metri, esiste ancora, per quanto a tratti decapitato o diroccato, e coperto di detriti e d'erbacce. Questo muro, che chiudeva la testata della valle di Giau ove si stendevano i pascoli appartenenti da tempi immemorabili a San Vito, fu costruito, previo un reciproco accordo, dai sanvitesi nel 1752 (errore di Grohmann), per delimitare in maniera definitiva i confini con quelli di Ampezzo. Si chiuse anche, così, un lungo periodo di controversie e discordie che quei contestati confini avevano originato fra le due comunità.
Nella “Guida della Valle di Ampezzo e dei suoi dintorni” del 1905, invece: Il monte Giòu sta sul territorio del regno d'Italia ed è un contrastato altipiano boschivo con pascoli, le cui quistioni fra gli abitanti d'Ampezzo e di S. Vito vennero definite. solo nel 1753; e come linea di confine si costrui nello stesso anno un lungo muro (Marogna) da una rupe all'altra. Ci si arriva per la via di Pocol e di Pezziè de Parù.
Per chi volesse approfondire ulteriormente la questione legata ai confini, alle diatribe e a come si è arrivati alla confinazione attuale, può leggere questa appassionante tesi di laurea di Annamaria Pozzan. A pagina 115 potete cominciare a trovare le informazioni specifiche della Marogna del Giau.
Appena lasciamo il bordo della strada ecco lì la prima pietra con una bella incisione che indica l’anno 1753, vicino un cartello stradale moderno del confine tra i comuni di San Vito di Cadore e Cortina d’Ampezzo. Comincia qui l’avventura seguendo la traccia della muraglia. Oggi ridotta a meno di un metro di altezza, ricoperta da muschi e sterpaglie. In alcuni punti scompare completamente facendoci continuare la nostra traccia immaginando solamente la linea retta del muro. Arriviamo sul greto del Rio Pra d’Adamo e cominciamo a salire decisamente in direzione delle alte pareti che determinano i Lastoni di Formin. La salita è irta, dura, tra erba incolta e piccoli arbusti. Ricompare la muraglia, e in alcuni punti, è decisamente in buono stato. Un moderno cavo elettrificato delimita la zona di pascolo sempre adiacente alla muraglia.
Ci addentriamo sempre di più nella folta vegetazione e ben presto dobbiamo intraprendere la solita lotta contro i baranci. Ad un occhio attento è facile identificare una timida traccia che permette di superare agilmente dei punti più folti. In questa zona la muraglia la lasciamo sulla destra cercando la via più agevole tra i mughi. Sbuchiamo in breve su una spalla erbosa con adiacente impluvio ghiaioso. Lo accostiamo mantenendoci sulla parte erbosa il più possibile e tornando verso gli abeti. Troviamo qui una grossa roccia tagliata dall’alto al basso con una fenditura sottile ma sufficiente per passarci in mezzo. La presenza di terra e piccole sporgenze rocciose ci permettono di superare il blocco roccioso Siamo molto vicini alla parete rocciosa dei Lastoni di Formin.
Ci fermiamo per localizzare la linea retta della muraglia e trovare il punto di congiunzione con la parete, ci spostiamo leggermente verso Sud ed, eccola lì! Il termine (o l’inizio, dipende dai punti di vista) della Marogna de Jou, la Muraglia di Giau!! Uno stemma confinario inciso, o meglio, “affisso”, incastonato dentro la roccia ad indicare la zona dell’Ampezzo e il Bellunese. Dalla parte Ampezzana ecco una stele di pietra bianca, quasi marmorea con dei disegni stilizzati, a destra invece la raffigurazione del Leone di San Marco che indica la Serenissima di Venezia. Al centro una maestosa croce dipinta di rosso con l’indicazione dell’anno 1753. È un’emozione immensa. Qui nel 1753 dei semplici pastori, operai, un intero villaggio si è unito per proteggere la propria radura, l’alpe che garantiva sussistenza all’intero popolo. Con la sola forza di volontà, sudore e costanza in 90 giorni hanno creato questa muraglia da una parte all’altra della valle. Da dove siamo è quasi difficile vedere il Beco de ra Marogna che delimita l’altro capo. È incredibile come le incisioni siano ancora così ben conservate, come le stele di pietra. Si riesce anche a notare che gli occhi e la lingua del leone erano dipinti di rosso in passato. Inoltre, se si guarda ancora più attentamente, è possibile notare delle firme di passanti che hanno anche scritto l’anno di incisione: 1858, 1866, 1908… Un libro aperto sul passato da oltre 270 anni! Lasciamo questo magnifico luogo per dirigerci sulla forcella innominata e non segnata sulle cartine topografiche. Costeggiamo le pareti rocciose dei Lastoni (o Lastoi) e troviamo una traccia ben evidente che ci indirizza proprio verso la forcella. Superiamo anche l’impluvio franoso che a questa altezza è decisamente semplice e agile da passare. In breve siamo in corrispondenza della forcella: una salita irta e veramente accentuata ma facilitata dalla presenza di balze erbose. Con agili zig-zag tra le rocce ferme e la comoda erba riusciamo a guadagnare il dislivello mancante. Battezziamo la meta come “Forcella della Marogna” in onore della muraglia effettivamente molto vicina.
Il panorama che si gode dalla forcella è eccezionale: la Tofana di Rozes si staglia con il suo colore rosa inconfondibile e si enfatizza ancor di più con il cielo azzurro e terso della giornata di oggi. Volgendo lo sguardo a Est vediamo l’imponente Croda da Lago. Davanti a noi il plateau dei Lastoni di Formin, più precisamente siamo nella zona denominata Pènes: una radura prativa con alcuni alberi a contorno.
Saliamo le ultime decine di metri per essere proprio sulla sommità del plateau e veniamo abbagliati dalla bellezza che abbiamo tutt’intorno: dalle Tofane alla piana di Cortina d’Ampezzo protetta dal Pomagagnon e dal gruppo del Cristallo, ci spostiamo sul gruppo della Croda da lago, così vicino quasi da riuscire a toccarlo con le sue pareti a strapiombo con il colore dolomitico per eccellenza. Dalla parte opposta il Ra Gusela che si staglia sul passo Giau, il Nuvolau che sbuca dietro, l’Averau, le inconfondibili Cinque Torri e il Lagazuoi. Il giro termina sulla punta estrema del Lastoi de Formin che continua la sua cresta frastagliata fino a noi.
Interessante un appunto di Paul Grohmann nel libro del 1862 in cui riporta: […] Formin è forse una abbreviazione di Formarin? In tal caso, come afferma Steub, equivarrebbe a Val de Marina. Marina deriverebbe da «mara», Muhr, (colata di fango, sfasciume) […]
Procediamo su questo meraviglioso plateau, sembriamo avanzare letteralmente tra terra e cielo in uno dei luoghi più caratteristici che abbia mai visto nelle Dolomiti. Bisogna prestare attenzione a dove si mettono i piedi poichè la radura non è così pianeggiante e ci sono dei solchi in cui sono presenti rocce che potrebbero non assicurare il passo. Consiglio inoltre di non sporgersi troppo verso il bordo: le pareti che formano i Lastoi de Formin precipitano verticalmente. Un accesso per la discesa è dato dalla nostra prossima meta. Una forcella, anch’essa innominata e non segnalata sulle cartine, che scende in corrispondenza della Torre Marcella. Questo torrione dolomitico è facilmente identificabile dalla sua stazza e dalla sua cima tagliata orizzontalmente. Giunti all’inizio della forcella, che abbiamo battezzato in “Forcella Marcella”, notiamo un immenso omino di sassi che indica inequivocabilmente la discesa. È chiaramente visibile anche una traccia tra i vari massi che compongono il ghiaione. Un ultimo sguardo sulla finestra naturale che ci regala questa magnifico luogo e procediamo nella discesa.
La progressione nel ghiaione è facile, nessuna difficoltà a livello tecnico e piacevole. L’unica pericolosità potrebbe arrivare proprio dalla Torre Marcella, destinazione ambita di molti scalatori. La via passa in alcuni punti esattamente sotto la parete a strapiombo della torre e bisogna stare attenti ad eventuali scarichi di roccia che possono derivare dagli arrampicatori. In breve raggiungiamo la prima vegetazione e ci avviciniamo nuovamente al passo Giau con il continuo rumore causato dalle innumerevoli motociclette che lo stanno attraversando nella giornata di oggi.
Torniamo così nella vegetazione del Ciòu de Ra Maza, ci dirigiamo in direzione Nord per ricongiungerci e concludere l’anello. Il bosco ci regala ancora delle grandi soddisfazioni. Notiamo una disposizione di grossi massi, appartenenti sicuramente ad una remota frana, che formano anche qui quasi uno schema, con una logica definita. Uno di questi, per la sua posizione è stato sicuramente usato anche in un recente passato, come ricovero di animali e persone. Molto probabilmente nell’era Mesolitica anche questi luoghi erano popolati dall’”uomo di Mondeval” che effettivamente è ad un tiro di schioppo da qui. Per approfondire ulteriormente il sito di Mondeval potete trovare tutte le informazioni sul mio blog: Alla scoperta di Mondeval
Procedendo tra i verdeggianti prati ci imbattiamo anche nella scoperta di una deliziosa sorgente d’acqua purissima dal candido sapore. Di lì a poco ecco l’ultima meraviglia di giornata: i laghetti del Ciou de ra Maza. Delle perle create da sorgenti sotterranee che regalano giochi di luce e bagliori insoliti per dei laghetti di montagna. A pochi passi dal primo laghetto, che solitamente risulta asciutto, Diego mi fa notare un misterioso blocco di pietre disposte in linea retta a cui ancora nessun ha saputo dare una spiegazione. In questa zona, nasce la leggenda delle Anguane: figure femminili legate alla cultura mitologica veneto-friulana, che vivono nei ruscelli o laghi dei territori montani. Sono rappresentate come spiriti della natura, affini alle ninfe del mondo romano (probabile modello originario del mito). Vengono descritte frequentemente come giovani donne, altre volte però appaiono invece come esseri per metà ragazze e per metà rettile o pesce, in grado di lanciare forti grida (in Veneto esisteva, fino a poco tempo fa, il detto "Sigàr come n'anguana", gridare come un'anguana). In altre storie sono delle anziane magre e spettrali, o figure notturne ,che si dileguano sempre prima che chi le incontra sia in grado di vederne il volto… Per chi volesse approfondire questa leggenda consiglio vivamente l’escursione fatta lo scorso anno dallo stesso Diego esattamente in questo luogo: Alla ricerca delle anguane: esplorando il laghetto Ciou de Ra Maza.
Siamo in dirittura di arrivo per concludere questo fantastico giro ad anello; un anomalo rigonfiamento sul tronco di un albero ci accoglie nell’ultima radura con le mucche al pascolo dinnanzi al parcheggio.
Un’avventura insolita, semplice e senza difficoltà tecniche dal punto di vista escursionistico. La zona però è sprovvista di sentieri ufficiali, di conseguenza è obbligatorio avere una capacità di osservazione e di orientamento per determinare la giusta via da seguire. La stessa accortezza deve essere mantenuta anche sul Plateu dei Lastoni, e per questo l’escursione la identifico con un grado EE. Sicuramente un’avventura non per tutti, ma per coloro che desiderano fare un tuffo nel passato, nella nostra storia rurale, tra tracce inedite e riscoperte leggendarie. Per quegli esploratori che amano davvero la montagna e che preferiscono un “ravanage”, seppur breve, distante dalle masse che possono concentrarsi al Passo Giau!
Per chi volesse avere uno sguardo ancora più preciso a livello tecnico dell’esplorazione può visitare il blog di Diego qui: Esplorando la Muraglia Giau ed i Lastoni di Formìn
Nuova avventura esplorativa nella zona del Passo Giau. In questa escursione ci sono diverse sfaccettature che vanno dalla storia, all’archeologia fino alle leggende Ampezzane. La montagna e l’escursione in sé passano quasi in secondo piano nella giornata di oggi. Assieme a me, il compagno Diego artefice di questo giro ad anello dai risvolti spettacolari.
Come dicevo, partiamo dal Passo Giau, un luogo super turistico, attraversato da migliaia di persone ogni anno. Noi intraprenderemo delle vie nascoste, a pochi passi dai “merenderos”, per riscoprire zone incontaminate, sconosciute alla maggior parte delle persone, ma dal grande bagaglio storico-culturale.
Parcheggiamo l’auto prima di raggiungere il passo, nel versante Ampezzano, appena superata la Muraglia di Giau. È proprio questa una delle riscoperte della giornata. Un muretto a secco lungo due kilometri che taglia longitudinalmente la Valle di Giau da Est a Ovest. Un’opera creata nel 1753 dagli abitanti di San Vito di Cadore per delimitare la propria zona di pascolo a causa di diatribe che si protraevano dal 1300. Ma vediamo come viene descritta questa muraglia dai libri di storia, quelli interessanti, come “La scoperta delle Dolomiti” del 1862 di Paul Grohmann: […] Da Pocol il sentiero entra nel bosco mantenendosi sotto le pendici di Formin fino a raggiungere il confine del Comune d'Ampezzo che taglia con un muro vero e proprio la valle di Giau, la cui parte su-periore, che è tutta una distesa prativa, appartiene così alla provincia di Belluno. […] Il muro, che è lungo circa 2 km ed era alto 2 metri, esiste ancora, per quanto a tratti decapitato o diroccato, e coperto di detriti e d'erbacce. Questo muro, che chiudeva la testata della valle di Giau ove si stendevano i pascoli appartenenti da tempi immemorabili a San Vito, fu costruito, previo un reciproco accordo, dai sanvitesi nel 1752 (errore di Grohmann), per delimitare in maniera definitiva i confini con quelli di Ampezzo. Si chiuse anche, così, un lungo periodo di controversie e discordie che quei contestati confini avevano originato fra le due comunità.
Nella “Guida della Valle di Ampezzo e dei suoi dintorni” del 1905, invece: Il monte Giòu sta sul territorio del regno d'Italia ed è un contrastato altipiano boschivo con pascoli, le cui quistioni fra gli abitanti d'Ampezzo e di S. Vito vennero definite. solo nel 1753; e come linea di confine si costrui nello stesso anno un lungo muro (Marogna) da una rupe all'altra. Ci si arriva per la via di Pocol e di Pezziè de Parù.
Per chi volesse approfondire ulteriormente la questione legata ai confini, alle diatribe e a come si è arrivati alla confinazione attuale, può leggere questa appassionante tesi di laurea di Annamaria Pozzan. A pagina 115 potete cominciare a trovare le informazioni specifiche della Marogna del Giau.
Appena lasciamo il bordo della strada ecco lì la prima pietra con una bella incisione che indica l’anno 1753, vicino un cartello stradale moderno del confine tra i comuni di San Vito di Cadore e Cortina d’Ampezzo. Comincia qui l’avventura seguendo la traccia della muraglia. Oggi ridotta a meno di un metro di altezza, ricoperta da muschi e sterpaglie. In alcuni punti scompare completamente facendoci continuare la nostra traccia immaginando solamente la linea retta del muro. Arriviamo sul greto del Rio Pra d’Adamo e cominciamo a salire decisamente in direzione delle alte pareti che determinano i Lastoni di Formin. La salita è irta, dura, tra erba incolta e piccoli arbusti. Ricompare la muraglia, e in alcuni punti, è decisamente in buono stato. Un moderno cavo elettrificato delimita la zona di pascolo sempre adiacente alla muraglia.
Ci addentriamo sempre di più nella folta vegetazione e ben presto dobbiamo intraprendere la solita lotta contro i baranci. Ad un occhio attento è facile identificare una timida traccia che permette di superare agilmente dei punti più folti. In questa zona la muraglia la lasciamo sulla destra cercando la via più agevole tra i mughi. Sbuchiamo in breve su una spalla erbosa con adiacente impluvio ghiaioso. Lo accostiamo mantenendoci sulla parte erbosa il più possibile e tornando verso gli abeti. Troviamo qui una grossa roccia tagliata dall’alto al basso con una fenditura sottile ma sufficiente per passarci in mezzo. La presenza di terra e piccole sporgenze rocciose ci permettono di superare il blocco roccioso Siamo molto vicini alla parete rocciosa dei Lastoni di Formin.
Ci fermiamo per localizzare la linea retta della muraglia e trovare il punto di congiunzione con la parete, ci spostiamo leggermente verso Sud ed, eccola lì! Il termine (o l’inizio, dipende dai punti di vista) della Marogna de Jou, la Muraglia di Giau!! Uno stemma confinario inciso, o meglio, “affisso”, incastonato dentro la roccia ad indicare la zona dell’Ampezzo e il Bellunese. Dalla parte Ampezzana ecco una stele di pietra bianca, quasi marmorea con dei disegni stilizzati, a destra invece la raffigurazione del Leone di San Marco che indica la Serenissima di Venezia. Al centro una maestosa croce dipinta di rosso con l’indicazione dell’anno 1753. È un’emozione immensa. Qui nel 1753 dei semplici pastori, operai, un intero villaggio si è unito per proteggere la propria radura, l’alpe che garantiva sussistenza all’intero popolo. Con la sola forza di volontà, sudore e costanza in 90 giorni hanno creato questa muraglia da una parte all’altra della valle. Da dove siamo è quasi difficile vedere il Beco de ra Marogna che delimita l’altro capo. È incredibile come le incisioni siano ancora così ben conservate, come le stele di pietra. Si riesce anche a notare che gli occhi e la lingua del leone erano dipinti di rosso in passato. Inoltre, se si guarda ancora più attentamente, è possibile notare delle firme di passanti che hanno anche scritto l’anno di incisione: 1858, 1866, 1908… Un libro aperto sul passato da oltre 270 anni!
Data
25-08-2024
Distanza
4.86 KM
Tipo escursione
Escursione
Dislivello
512 mt
- Montagna
Lastoni di Formin
- Indirizzo
Passo Giau, Veneto, Italy
- Altitudine
2290.00 m
- Rifugi
Malga Giau
- Informazioni
Lasciamo questo magnifico luogo per dirigerci sulla forcella innominata e non segnata sulle cartine topografiche. Costeggiamo le pareti rocciose dei Lastoni (o Lastoi) e troviamo una traccia ben evidente che ci indirizza proprio verso la forcella. Superiamo anche l’impluvio franoso che a questa altezza è decisamente semplice e agile da passare. In breve siamo in corrispondenza della forcella: una salita irta e veramente accentuata ma facilitata dalla presenza di balze erbose. Con agili zig-zag tra le rocce ferme e la comoda erba riusciamo a guadagnare il dislivello mancante. Battezziamo la meta come “Forcella della Marogna” in onore della muraglia effettivamente molto vicina.
Il panorama che si gode dalla forcella è eccezionale: la Tofana di Rozes si staglia con il suo colore rosa inconfondibile e si enfatizza ancor di più con il cielo azzurro e terso della giornata di oggi. Volgendo lo sguardo a Est vediamo l’imponente Croda da Lago. Davanti a noi il plateau dei Lastoni di Formin, più precisamente siamo nella zona denominata Pènes: una radura prativa con alcuni alberi a contorno.
Saliamo le ultime decine di metri per essere proprio sulla sommità del plateau e veniamo abbagliati dalla bellezza che abbiamo tutt’intorno: dalle Tofane alla piana di Cortina d’Ampezzo protetta dal Pomagagnon e dal gruppo del Cristallo, ci spostiamo sul gruppo della Croda da lago, così vicino quasi da riuscire a toccarlo con le sue pareti a strapiombo con il colore dolomitico per eccellenza. Dalla parte opposta il Ra Gusela che si staglia sul passo Giau, il Nuvolau che sbuca dietro, l’Averau, le inconfondibili Cinque Torri e il Lagazuoi. Il giro termina sulla punta estrema del Lastoi de Formin che continua la sua cresta frastagliata fino a noi.
Interessante un appunto di Paul Grohmann nel libro del 1862 in cui riporta: […] Formin è forse una abbreviazione di Formarin? In tal caso, come afferma Steub, equivarrebbe a Val de Marina. Marina deriverebbe da «mara», Muhr, (colata di fango, sfasciume) […]
Procediamo su questo meraviglioso plateau, sembriamo avanzare letteralmente tra terra e cielo in uno dei luoghi più caratteristici che abbia mai visto nelle Dolomiti. Bisogna prestare attenzione a dove si mettono i piedi poichè la radura non è così pianeggiante e ci sono dei solchi in cui sono presenti rocce che potrebbero non assicurare il passo. Consiglio inoltre di non sporgersi troppo verso il bordo: le pareti che formano i Lastoi de Formin precipitano verticalmente. Un accesso per la discesa è dato dalla nostra prossima meta. Una forcella, anch’essa innominata e non segnalata sulle cartine, che scende in corrispondenza della Torre Marcella. Questo torrione dolomitico è facilmente identificabile dalla sua stazza e dalla sua cima tagliata orizzontalmente. Giunti all’inizio della forcella, che abbiamo battezzato in “Forcella Marcella”, notiamo un immenso omino di sassi che indica inequivocabilmente la discesa. È chiaramente visibile anche una traccia tra i vari massi che compongono il ghiaione. Un ultimo sguardo sulla finestra naturale che ci regala questa magnifico luogo e procediamo nella discesa.
La progressione nel ghiaione è facile, nessuna difficoltà a livello tecnico e piacevole. L’unica pericolosità potrebbe arrivare proprio dalla Torre Marcella, destinazione ambita di molti scalatori. La via passa in alcuni punti esattamente sotto la parete a strapiombo della torre e bisogna stare attenti ad eventuali scarichi di roccia che possono derivare dagli arrampicatori. In breve raggiungiamo la prima vegetazione e ci avviciniamo nuovamente al passo Giau con il continuo rumore causato dalle innumerevoli motociclette che lo stanno attraversando nella giornata di oggi.
Torniamo così nella vegetazione del Ciòu de Ra Maza, ci dirigiamo in direzione Nord per ricongiungerci e concludere l’anello. Il bosco ci regala ancora delle grandi soddisfazioni. Notiamo una disposizione di grossi massi, appartenenti sicuramente ad una remota frana, che formano anche qui quasi uno schema, con una logica definita. Uno di questi, per la sua posizione è stato sicuramente usato anche in un recente passato, come ricovero di animali e persone. Molto probabilmente nell’era Mesolitica anche questi luoghi erano popolati dall’”uomo di Mondeval” che effettivamente è ad un tiro di schioppo da qui. Per approfondire ulteriormente il sito di Mondeval potete trovare tutte le informazioni sul mio blog: Alla scoperta di Mondeval
Procedendo tra i verdeggianti prati ci imbattiamo anche nella scoperta di una deliziosa sorgente d’acqua purissima dal candido sapore. Di lì a poco ecco l’ultima meraviglia di giornata: i laghetti del Ciou de ra Maza. Delle perle create da sorgenti sotterranee che regalano giochi di luce e bagliori insoliti per dei laghetti di montagna. A pochi passi dal primo laghetto, che solitamente risulta asciutto, Diego mi fa notare un misterioso blocco di pietre disposte in linea retta a cui ancora nessun ha saputo dare una spiegazione. In questa zona, nasce la leggenda delle Anguane: figure femminili legate alla cultura mitologica veneto-friulana, che vivono nei ruscelli o laghi dei territori montani. Sono rappresentate come spiriti della natura, affini alle ninfe del mondo romano (probabile modello originario del mito). Vengono descritte frequentemente come giovani donne, altre volte però appaiono invece come esseri per metà ragazze e per metà rettile o pesce, in grado di lanciare forti grida (in Veneto esisteva, fino a poco tempo fa, il detto "Sigàr come n'anguana", gridare come un'anguana). In altre storie sono delle anziane magre e spettrali, o figure notturne ,che si dileguano sempre prima che chi le incontra sia in grado di vederne il volto… Per chi volesse approfondire questa leggenda consiglio vivamente l’escursione fatta lo scorso anno dallo stesso Diego esattamente in questo luogo: Alla ricerca delle anguane: esplorando il laghetto Ciou de Ra Maza.
Siamo in dirittura di arrivo per concludere questo fantastico giro ad anello; un anomalo rigonfiamento sul tronco di un albero ci accoglie nell’ultima radura con le mucche al pascolo dinnanzi al parcheggio.
Un’avventura insolita, semplice e senza difficoltà tecniche dal punto di vista escursionistico. La zona però è sprovvista di sentieri ufficiali, di conseguenza è obbligatorio avere una capacità di osservazione e di orientamento per determinare la giusta via da seguire. La stessa accortezza deve essere mantenuta anche sul Plateu dei Lastoni, e per questo l’escursione la identifico con un grado EE. Sicuramente un’avventura non per tutti, ma per coloro che desiderano fare un tuffo nel passato, nella nostra storia rurale, tra tracce inedite e riscoperte leggendarie. Per quegli esploratori che amano davvero la montagna e che preferiscono un “ravanage”, seppur breve, distante dalle masse che possono concentrarsi al Passo Giau!
Per chi volesse avere uno sguardo ancora più preciso a livello tecnico dell’esplorazione può visitare il blog di Diego qui: Esplorando la Muraglia Giau ed i Lastoni di Formìn
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DifficoltàEscursionisti Esperti - sono intinerari generalmente segnalati ma con qualche difficoltà: il terreno può essere costituito da pendii scivolosi di erba, misti di rocce ed erba, pietraie, lievi pendii innevati o anche singoli passaggi rocciosi di facile arrampicata (uso delle mani in alcuni punti). Pur essendo percorsi che non necessitano di particolare attrezzatura, si possono presentare tratti attrezzati se pur poco impegnativi. Richiedono una discreta conoscenza dell'ambiente alpino, passo sicuro ed assenza di vertigini. La preparazione fisica deve essere adeguata ad una giornata di cammino abbastanza continuo. |