Jôf di Montasio

Guida completa con via Findenegg, scala Pipan, ferrata Leva e Cima di Terrarossa

Dettagli

  • hike_type Tipo escursione

    Alpinismo

  • hike_difficult Difficoltà

    EEA

  • hike_distance Distanza

    13.72 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    1253.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1500 mt

  • parking Parcheggio

    Vai a GMaps

  • landscape Paesaggio

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  • historical interest Int. storico

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  • duration Durata

    8h 30m

  • altitude_max Altitudine MAX

    2753.00 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1500 mt

  • hike_type Tipo escursione

    Alpinismo

  • hike_difficult Difficoltà

    EEA

  • hike_distance Distanza

    13.72 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    1253.00 mt

  • altitude_max Altitudine MAX

    2753.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1500 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1500 mt

  • duration Durata

    8h 30m

  • landscape Paesaggio

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Stagione

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LUG
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SET
OTT
NOV
DIC

Sentieri

Oltre alle Dolomiti di Cortina, della Val Badia e del Bellunese, c’è una zona che io approfondisco sempre troppo poco: il Friuli! Qui ci sono zone incontaminate, montagne maestose e dal risvolto selvaggio. L’avventura di oggi, grazie all’amico Marco e al compagno di escursione Filippo, ci porta sulla vetta di un baluardo suggestivo immerso nelle Alpi Giulie: Jôf di Montasio!
Riporto subito un cenno storico per identificare la bellezza del luogo in cui siamo. Faccio riferimento al libro “Le montagne Dolomitiche” (titolo originale “The Dolomite Mountains”) del 1864 di Gilbert e Churchill in cui si descrive quanto segue: “[…]Devo dire qualcosa su questa valle, ora che ognuno di noi la conosce. I Churchill l'avevano già percorsa e sostenevano che nessun'altra vallata della regione può eguagliarla in bellezza. Essa porta alla base del Wischberg, ma anche ai piedi di una montagna, indicata come Balitza Spitzen oppure Jof di Montasio, non conosciuta come meriterebbe. L'abbiamo spesso osservata da punti molto distanti e sempre si è presentata superba e dominante fra i suoi vicini, compreso il Mangert. Il capitano Holsmay, negli Atti del Club Alpino di Vienna, recentemente costituito, stima l'altezza del Montasio in 8.736 piedi inglesi, ma non cita le sue fonti di informazione. Esso si trova al punto d'unione di tre valli: la Val Seisera, di cui si è detto, la Raccolana, presso cui passammo più avanti, e il Canale di Dogna.”.
Raggiungiamo la località Sella Nevea, meta turistica invernale, e intraprendiamo la stretta strada in salita che indica la Malga Montasio e il rifugio Brazzà come destinazione. Terminata la salita si apre un comodo pianoro che funge da ampio parcheggio. Già di prima mattina è molto affollato nelle belle giornate, quindi consiglio di prendervi per tempo per raggiungerlo.
Siamo a quota 1500 metri circa, la mattina non è freschissima, ma il cielo risulta comunque bello terso e quasi sgombro da nubi. Ci prepariamo per questa spedizione con l’immancabile caschetto, scarponi allacciati, zaino in spalla e si parte!
Proseguiamo la strada fino quasi raggiungere la malga Montasio. Qui deviamo sulla destra su evidente traccia su strada ghiaiosa che si perde nella rada vegetazione. La via che stiamo seguendo nella cartografia Tabacco è rappresentata dapprima con una strada bianca che si immette su sentiero tratteggiato nero. Il suddetto sentiero raggiunge a quota 1850 metri il sentiero normale di salita al Jôf di Montasio, intersecando la traccia CAI 663. La via che stiamo percorrendo, di fatto, è una “direttissima” che percorre interamente l’Altopiano del Montasio, dritto per dritto, bruciando i 350 metri di dislivello iniziali. Affianchiamo di fatto il Rio Montasio per il tratto iniziale. A quota 1700 metri circa la traccia lascia posto all’intuito: ci sono delle indicazioni di percorrenza, ma si lascia spazio all’esperienza e alla fantasia dell’escursionista trovare la via più agevole. In ogni caso si passa un paio di volte dal versante orografico sinistro a quello destro del rio, mantenendo sempre comunque la progressione in direzione Nord.
Raggiunto il sentiero CAI 663, la salita diventa più dolce, il panorama si apre con una vista incredibile sul Canin in direzione Sud e sull’intero Altopiano del Montasio appena percorso. Riusciamo a scorgere anche il rifugio Brazzà che sarà meta al nostro ritorno. Proseguiamo a zig-zag su terra dura in direzione della Forca dei Disteis (2201 metri). La raggiungiamo dopo 1h e 30 minuti circa dalla partenza. Qui notiamo gli ospiti protagonisti di queste zone: gli stambecchi! Ne ammiriamo un gruppo di qualche unità intento a leccare le rocce pregne di sali minerali. Altri più pigri, seduti o statici in piedi, ci osservano in modo interrogativo. Dalla forcella si ha una bellissima vista sulla spaccatura verticale del Jôf di Montasio verso la Val Dogna.
Proseguiamo ora in direzione Est su traccia che diventa sassosa e che sale poco distante dalla forcella fino a quota 2250 metri. Troviamo un bivio che indica a sinistra il Bivacco Suringar (663c) e a destra la via normale per la cima (663a). Per l’avventura di oggi vogliamo compiere un giro ad anello completo, godendo il massimo che può offrire questa montagna. Scegliamo quindi la soluzione più ardita, più alpinistica: intraprendiamo la Via Findenegg attraverso dapprima la Grande Cengia e poi per il canalone che prende il nome per l’appunto di Via Findenegg.
Una chiara indicazione poco distante dal bivio avvisa l’escursionista che questa è una via alpina per esperti. Proseguiamo inizialmente su sfasciumi, alcuni facili e divertenti tratti di scrambling in direzione Nord-Ovest fino ad arrivare a un colatoio detritico su cui è presente un cordino che permette di procedere più serenamente in questo tratto instabile. Ancora delle facili roccette ed ecco che inizia in tutto il suo splendore la Grande Cengia. È possibile vedere gran parte del percorso che stiamo per compiere su questa lingua rocciosa che fuoriesce dalla verticalità del versante Sud-Ovest dello Jôf di Montasio. Una via invisibile che sembra impossibile da percorrere.
Seguitiamo su questo lembo roccioso che risulta agevole, ma che fa comunque fare dei pensieri non proprio sereni poiché, alla nostra sinistra, la vista si perde in un dirupo verticale e il panorama viene inghiottito nell’ignoto. In un tratto in cui la via risulta più sdrucciolevole (anche se mai estremamente esile) è presente un segmento metallico di dubbia stabilità che comunque fornisce una sicurezza psicologica maggiore.
La traccia risulta sinuosa, segue l’andamento della montagna, ne rivela l’essenza aspra e ancora selvaggia. Alle nostre spalle una guglia spiovente denominata “Pupo” si staglia isolata a protezione della cengia che stiamo percorrendo. Si procede senza difficoltà fino ad arrivare all’unico punto degno di nota: un brevissimo tratto da cui evidentemente scende normalmente dell’acqua, che ha scavato e levigato la roccia. Qui bisogna prestare la massima attenzione; è un tratto brevissimo, ma in condizioni sfavorevoli può essere problematico. Sono presenti buoni appigli ma vanno valutati in base alle condizioni.
Arriviamo così al bivio in cui è indicata la via verso la cima e, a sinistra, la strada per il bivacco. Facciamo una breve capatina per ammirare questo bivacco incastonato nella roccia. Il sentiero è breve e mai scelta fu più azzeccata, poiché il tratto finale verso il bivacco risulta occupato da un folto gruppo di stambecchi. Questa vista ci fa pensare che ne vedremo moltissimi nella giornata di oggi! Oltre a questa visione insolita di animali che non si spostano e restano molto vicini al sentiero, il panorama che si delinea davanti a noi è di una maestosità incredibile. Il monte Cimone di fronte, con la sua parete a picco sulla valle sottostante, crea una vista aerea che lascia senza fiato. Dopo le foto di rito al caratteristico bivacco Suringar, alle cui spalle arriva la via Amalia, altra alternativa alpinistica per raggiungere la cima del Jôf di Montasio, ritorniamo sui nostri passi e imbocchiamo al bivio la via per la vetta.
Si continua a effettuare scrambling sempre più sostenuto con alcuni passaggi di I grado su balze erbose che portano a una cengia che si percorre brevemente in direzione Nord-Est. Da prestare attenzione a un passaggio su cui è presente una sporgenza di roccia che spinge verso il vuoto. Il passaggio permette di aggirare la cengia e accedere a una seconda cengia leggermente più alta che ora procede in direzione Nord-Ovest verso il canalone. L’erba sparisce e lascia spazio a ghiaie instabili, pertugi stretti ma con difficoltà che variano tra il I grado e il I+ grado. La maggior pericolosità che si evidenzia in questa ascesa è la concreta possibilità di caduta sassi. In parte dalla conformazione verticale e scoscesa della via, ma anche dalla presenza continua e persistente dei nostri amici stambecchi. Ne contiamo diverse unità sopra le nostre teste e attendiamo che finiscano le loro azioni e le loro scapicollate che muovono una quantità considerevole di detriti.
La traccia è sempre ben evidente con bollinatura rossa sempre visibile. Prestare comunque attenzione in caso di nebbia. Ci addentriamo sempre di più nel canalone Findenegg, sempre in ombra. Vediamo il sole sopra di noi e quella è la nostra meta. Continuiamo la salita con difficoltà che variano continuamente su gradi di I e II. Più avanziamo e più ci incuneiamo all’interno della montagna, rimuovendo il senso di vuoto dato dalle cenge in precedenza. Il terreno risulta sempre più friabile ma le prese e gli appigli rimangono ben presenti nei tratti più tecnici.
Si arriva al passaggio chiave della salita in corrispondenza di una strozzatura rocciosa. Qui c’è un passaggio di II grado marcato (II+). Qui le prese sono meno presenti, la roccia bombata di sinistra complica l’assicurazione di mani e piedi. La fenditura è stretta e lo zaino non aiuta. Bisogna andare in opposizione e fidarsi del grip della suola. Filippo supera agilmente il tratto, mentre io e Marco optiamo per una soluzione che apparentemente sembra più ardita: sulla sinistra si sviluppa un’esile cengetta che con un grado massimo di II, su rocce con buoni appigli, permette l’aggiramento. Qui siamo più esposti in caso di caduta, ma con le dovute accortezze, il passaggio risulta più semplice dal punto di vista tecnico. Nel video YouTube allegato a questo articolo potete vedere perfettamente il passaggio chiave e l’alternativa intrapresa! Procediamo con altri passaggi di I e II meno degni di nota e raggiungiamo finalmente la luce del sole: anche in una giornata così calda, nel canalone abbiamo avuto per diverso tempo la sensazione di mani fredde e intirizzite! Raggiungiamo la cresta sommitale. È una cresta molto sottile e aerea, sembra una lama di roccia in bilico sul vuoto. Fortunatamente non presenta difficoltà e sono facili roccette su cui effettuare un divertente scrambling fino ad arrivare proprio sotto alla cima. Qui un breve tratto di ghiaia in salita ci porta sul pianoro di vetta.
Siamo in cima allo Jôf di Montasio a 2753 metri di quota! Dopo circa 4h dalla partenza, eccoci ad ammirare uno dei panorami più belli delle Alpi Giulie: dal monte Canin e il Cimone che ci hanno accompagnato per gran parte della salita, passando per il Mangart, il Triglav sloveno in lontananza che svetta, lo Jôf Fuart e il Nabois poco distanti, fino a volgere lo sguardo sulle Dolomiti da cui distinguiamo perfettamente il Civetta e l’Antelao! Una vista spaziale, che non ha nulla da invidiare alle nostre Dolomiti!
Marco suona la campana presente sulla cima e il suono riecheggia su tutto l’altopiano del Montasio. La croce custodisce il libro di vetta. Ci godiamo una pausa meritata ammirando e godendo delle bellezze che ci circondano organizzando già i prossimi itinerari nella zona.
Lasciamo la cima e seguiamo il sentiero della via normale (CAI 663a) per scendere. Si percorre dapprima un altro tratto di cresta che in breve perde quota prima tra facili roccette e poi tramite tratti attrezzati installati nei punti più critici. La discesa risulta sicura e agevole grazie a questi segmenti ferrati, fino a raggiungere la Forca Verde a quota 2587 metri in corrispondenza del tratto più iconico e caratteristico della via Normale: la scala Pipan!
Una scala completamente verticale composta da tre tronconi di decine di metri che si perde nel vuoto. I tre tronconi distinti sono stati pensati per riuscire a far scambiare gli escursionisti che la stanno percorrendo in direzioni opposte. Il primo tratto, venendo dalla cima, risulta il più lungo e anche instabile con una percezione di leggero ondeggiamento. Non ci si sente mai in pericolo, ma comunque non è una sensazione divertente. Gli stambecchi sono sempre nei paraggi e, anzi, al termine della scala, ne vediamo uno che con il collo all’insù guarda noi buffi escursionisti che usano questo strumento luccicante…. Chissà cosa starà pensando!
Continuando su segmenti ferrati e successivamente su facile ghiaione, raggiungiamo la quota di circa 2400 metri in cui si presenta un bivio. A destra si continua la via normale e ci si ricongiunge alla traccia 663 verso la Forca dei Disteis dell’andata, mentre a sinistra si procede per il sentiero attrezzato Leva (CAI 663b). Visto che non capita tutti i giorni di venire in un luogo così bello e spettacolare, ci concediamo questo prolungamento e intraprendiamo il sentiero Leva in direzione della seconda vetta di giornata: la cima di Terrarossa.
Il sentiero attrezzato Leva procede su cengia che segue la sinuosità naturale del Modeon del Montasio. Tutta la via è completamente attrezzata da oltre 50 segmenti metallici che assicurano la progressione. Alcuni di questi sono anche superflui vista l’ampia porzione di cengia e la facilità di avanzamento senza pericoli. A mio avviso sono stati installati sicuramente per giornate in cui il meteo risulta avverso e anche per evitare possibili scherzetti dei nostri amici stambecchi. Infatti, anche qui, sono costantemente presenti in gruppetti che potrebbero scaricare sassi sopra le nostre teste. Prestare la massima attenzione.
Procediamo in leggera e costante discesa con un panorama spettacolare sull’Altopiano del Montasio e sul gruppo del Canin, fino a raggiungere la Forca del Palone. Prima di arrivare sulla sella, segnalo due tratti impegnativi della ferrata. Incastonati tra una strozzatura rocciosa, sono presenti fittoni che aiutano gli appoggi di mani e piedi, ma comunque in alcuni casi risultano poco visibili per coloro che, come noi, la stanno percorrendo in discesa. La vista dalla forcella ci fa ricordare il luogo selvaggio in cui ci troviamo con una gola fresca, oscura e inviolata.
Procedendo verso il Terrarossa affrontiamo gli ultimi segmenti attrezzati in salita con passaggi di nuovo tecnici e leggermente esposti, fino al ricongiungimento con il sentiero CAI 664 che porta alla vetta. Altri 200 metri di dislivello positivo da aggiungere al percorso. In quest’ultimo tratto troviamo una vera e propria famiglia di stambecchi intenti a godersi i sali minerali tra le rocce e, i più giovani, ad ammirare questi esseri bipedi che goffamente cercano di raggiungere la semplice cima.
Dopo circa 3h dalla cima dello Jôf di Montasio, raggiungiamo la cima di Terrarossa a quota 2420 metri! Un avamposto eccezionale per ammirare le verticali pareti Sud dello Jôf Fuart e del Nabois Grande. Sullo sfondo ancora il mitico Mangart che svetta. Ci giriamo per ammirare la vista alle nostre spalle: tutto il Montasio si apre davanti a noi mostrandosi in tutta la bellezza e la difficoltà che abbiamo appena affrontato per raggiungere la sua vetta allo Jôf di Montasio in fondo, per poi godere della digressione sul sentiero Leva percorso sul Modeon del Montasio. Uno spettacolo assoluto perché sembra davvero impossibile aver superato quelle verticalità!
Torniamo sui nostri passi e scendiamo attraverso il sentiero normale 664 in direzione dell’altopiano del Montasio. La discesa è piacevole in un continuo zig-zag che permette una perdita veloce e costante di dislivello. Continuiamo a incontrare, ammirare e fotografare stambecchi che restano imperterriti sul sentiero principale. Avremo perso oltre mezz’ora considerando tutte le foto fatte a questi simpatici animali che ci hanno accompagnato allegramente durante tutta la giornata.
A quota 1900 metri termina la roccia e si continua su balze erbose fino a raggiungere il tanto agognato rifugio Brazzà. Qui è d’obbligo una fresca e rigenerante birra che ci godiamo assieme a seguito di un sonoro brindisi.
Si conclude così questo giro ad anello sontuoso sullo Jôf di Montasio. Una cima delle Alpi Giulie che si è mostrata in tutta la sua bellezza rocciosa, nella maestosità della via Findenegg con le difficoltà tecniche di arrampicata, la via Normale con la caratteristica scala Pipan e la via attrezzata Leva che ci ha permesso di compiere una traversata su tutto il gruppo del Montasio! 1500 metri dislivello in 8h 30 minuti di sviluppo.
Questa è una via d'ambiente che non fa sconti: richiede gambe, fiato e una solida esperienza su roccia. Prima di iniziare l’avventura bisogna verificare che le condizioni meteo siano impeccabili: nebbia, pioggia o roccia vetrata devono obbligare alla rinuncia senza ripensamenti. Attenzione al passaggio chiave della Findenegg descritto sopra. Non prendete sottogamba nemmeno la progressione sulla Grande Cengia: ricordate sempre l’abisso di mille metri che avete al vostro fianco. Casco e kit da ferrata obbligatori. Prevedete anche un’eventuale pezzo di corda per assicurarvi in caso di necessità.
Un’avventura consigliatissima e che spero dia il via a esplorazioni in queste zone impervie e autentiche del Friuli!

Oltre alle Dolomiti di Cortina, della Val Badia e del Bellunese, c’è una zona che io approfondisco sempre troppo poco: il Friuli! Qui ci sono zone incontaminate, montagne maestose e dal risvolto selvaggio. L’avventura di oggi, grazie all’amico Marco e al compagno di escursione Filippo, ci porta sulla vetta di un baluardo suggestivo immerso nelle Alpi Giulie: Jôf di Montasio!
Riporto subito un cenno storico per identificare la bellezza del luogo in cui siamo. Faccio riferimento al libro “Le montagne Dolomitiche” (titolo originale “The Dolomite Mountains”) del 1864 di Gilbert e Churchill in cui si descrive quanto segue: “[…]Devo dire qualcosa su questa valle, ora che ognuno di noi la conosce. I Churchill l'avevano già percorsa e sostenevano che nessun'altra vallata della regione può eguagliarla in bellezza. Essa porta alla base del Wischberg, ma anche ai piedi di una montagna, indicata come Balitza Spitzen oppure Jof di Montasio, non conosciuta come meriterebbe. L'abbiamo spesso osservata da punti molto distanti e sempre si è presentata superba e dominante fra i suoi vicini, compreso il Mangert. Il capitano Holsmay, negli Atti del Club Alpino di Vienna, recentemente costituito, stima l'altezza del Montasio in 8.736 piedi inglesi, ma non cita le sue fonti di informazione. Esso si trova al punto d'unione di tre valli: la Val Seisera, di cui si è detto, la Raccolana, presso cui passammo più avanti, e il Canale di Dogna.”.
Raggiungiamo la località Sella Nevea, meta turistica invernale, e intraprendiamo la stretta strada in salita che indica la Malga Montasio e il rifugio Brazzà come destinazione. Terminata la salita si apre un comodo pianoro che funge da ampio parcheggio. Già di prima mattina è molto affollato nelle belle giornate, quindi consiglio di prendervi per tempo per raggiungerlo.
Siamo a quota 1500 metri circa, la mattina non è freschissima, ma il cielo risulta comunque bello terso e quasi sgombro da nubi. Ci prepariamo per questa spedizione con l’immancabile caschetto, scarponi allacciati, zaino in spalla e si parte!
Proseguiamo la strada fino quasi raggiungere la malga Montasio. Qui deviamo sulla destra su evidente traccia su strada ghiaiosa che si perde nella rada vegetazione. La via che stiamo seguendo nella cartografia Tabacco è rappresentata dapprima con una strada bianca che si immette su sentiero tratteggiato nero. Il suddetto sentiero raggiunge a quota 1850 metri il sentiero normale di salita al Jôf di Montasio, intersecando la traccia CAI 663. La via che stiamo percorrendo, di fatto, è una “direttissima” che percorre interamente l’Altopiano del Montasio, dritto per dritto, bruciando i 350 metri di dislivello iniziali. Affianchiamo di fatto il Rio Montasio per il tratto iniziale. A quota 1700 metri circa la traccia lascia posto all’intuito: ci sono delle indicazioni di percorrenza, ma si lascia spazio all’esperienza e alla fantasia dell’escursionista trovare la via più agevole. In ogni caso si passa un paio di volte dal versante orografico sinistro a quello destro del rio, mantenendo sempre comunque la progressione in direzione Nord.
Raggiunto il sentiero CAI 663, la salita diventa più dolce, il panorama si apre con una vista incredibile sul Canin in direzione Sud e sull’intero Altopiano del Montasio appena percorso. Riusciamo a scorgere anche il rifugio Brazzà che sarà meta al nostro ritorno. Proseguiamo a zig-zag su terra dura in direzione della Forca dei Disteis (2201 metri). La raggiungiamo dopo 1h e 30 minuti circa dalla partenza. Qui notiamo gli ospiti protagonisti di queste zone: gli stambecchi! Ne ammiriamo un gruppo di qualche unità intento a leccare le rocce pregne di sali minerali. Altri più pigri, seduti o statici in piedi, ci osservano in modo interrogativo. Dalla forcella si ha una bellissima vista sulla spaccatura verticale del Jôf di Montasio verso la Val Dogna.
Proseguiamo ora in direzione Est su traccia che diventa sassosa e che sale poco distante dalla forcella fino a quota 2250 metri. Troviamo un bivio che indica a sinistra il Bivacco Suringar (663c) e a destra la via normale per la cima (663a). Per l’avventura di oggi vogliamo compiere un giro ad anello completo, godendo il massimo che può offrire questa montagna. Scegliamo quindi la soluzione più ardita, più alpinistica: intraprendiamo la Via Findenegg attraverso dapprima la Grande Cengia e poi per il canalone che prende il nome per l’appunto di Via Findenegg.
Una chiara indicazione poco distante dal bivio avvisa l’escursionista che questa è una via alpina per esperti. Proseguiamo inizialmente su sfasciumi, alcuni facili e divertenti tratti di scrambling in direzione Nord-Ovest fino ad arrivare a un colatoio detritico su cui è presente un cordino che permette di procedere più serenamente in questo tratto instabile. Ancora delle facili roccette ed ecco che inizia in tutto il suo splendore la Grande Cengia. È possibile vedere gran parte del percorso che stiamo per compiere su questa lingua rocciosa che fuoriesce dalla verticalità del versante Sud-Ovest dello Jôf di Montasio. Una via invisibile che sembra impossibile da percorrere.
Seguitiamo su questo lembo roccioso che risulta agevole, ma che fa comunque fare dei pensieri non proprio sereni poiché, alla nostra sinistra, la vista si perde in un dirupo verticale e il panorama viene inghiottito nell’ignoto. In un tratto in cui la via risulta più sdrucciolevole (anche se mai estremamente esile) è presente un segmento metallico di dubbia stabilità che comunque fornisce una sicurezza psicologica maggiore.
La traccia risulta sinuosa, segue l’andamento della montagna, ne rivela l’essenza aspra e ancora selvaggia. Alle nostre spalle una guglia spiovente denominata “Pupo” si staglia isolata a protezione della cengia che stiamo percorrendo. Si procede senza difficoltà fino ad arrivare all’unico punto degno di nota: un brevissimo tratto da cui evidentemente scende normalmente dell’acqua, che ha scavato e levigato la roccia. Qui bisogna prestare la massima attenzione; è un tratto brevissimo, ma in condizioni sfavorevoli può essere problematico. Sono presenti buoni appigli ma vanno valutati in base alle condizioni.
Arriviamo così al bivio in cui è indicata la via verso la cima e, a sinistra, la strada per il bivacco. Facciamo una breve capatina per ammirare questo bivacco incastonato nella roccia. Il sentiero è breve e mai scelta fu più azzeccata, poiché il tratto finale verso il bivacco risulta occupato da un folto gruppo di stambecchi. Questa vista ci fa pensare che ne vedremo moltissimi nella giornata di oggi! Oltre a questa visione insolita di animali che non si spostano e restano molto vicini al sentiero, il panorama che si delinea davanti a noi è di una maestosità incredibile. Il monte Cimone di fronte, con la sua parete a picco sulla valle sottostante, crea una vista aerea che lascia senza fiato. Dopo le foto di rito al caratteristico bivacco Suringar, alle cui spalle arriva la via Amalia, altra alternativa alpinistica per raggiungere la cima del Jôf di Montasio, ritorniamo sui nostri passi e imbocchiamo al bivio la via per la vetta.
Si continua a effettuare scrambling sempre più sostenuto con alcuni passaggi di I grado su balze erbose che portano a una cengia che si percorre brevemente in direzione Nord-Est. Da prestare attenzione a un passaggio su cui è presente una sporgenza di roccia che spinge verso il vuoto. Il passaggio permette di aggirare la cengia e accedere a una seconda cengia leggermente più alta che ora procede in direzione Nord-Ovest verso il canalone. L’erba sparisce e lascia spazio a ghiaie instabili, pertugi stretti ma con difficoltà che variano tra il I grado e il I+ grado. La maggior pericolosità che si evidenzia in questa ascesa è la concreta possibilità di caduta sassi. In parte dalla conformazione verticale e scoscesa della via, ma anche dalla presenza continua e persistente dei nostri amici stambecchi. Ne contiamo diverse unità sopra le nostre teste e attendiamo che finiscano le loro azioni e le loro scapicollate che muovono una quantità considerevole di detriti.
La traccia è sempre ben evidente con bollinatura rossa sempre visibile. Prestare comunque attenzione in caso di nebbia. Ci addentriamo sempre di più nel canalone Findenegg, sempre in ombra. Vediamo il sole sopra di noi e quella è la nostra meta. Continuiamo la salita con difficoltà che variano continuamente su gradi di I e II. Più avanziamo e più ci incuneiamo all’interno della montagna, rimuovendo il senso di vuoto dato dalle cenge in precedenza. Il terreno risulta sempre più friabile ma le prese e gli appigli rimangono ben presenti nei tratti più tecnici.
Si arriva al passaggio chiave della salita in corrispondenza di una strozzatura rocciosa. Qui c’è un passaggio di II grado marcato (II+). Qui le prese sono meno presenti, la roccia bombata di sinistra complica l’assicurazione di mani e piedi. La fenditura è stretta e lo zaino non aiuta. Bisogna andare in opposizione e fidarsi del grip della suola. Filippo supera agilmente il tratto, mentre io e Marco optiamo per una soluzione che apparentemente sembra più ardita: sulla sinistra si sviluppa un’esile cengetta che con un grado massimo di II, su rocce con buoni appigli, permette l’aggiramento. Qui siamo più esposti in caso di caduta, ma con le dovute accortezze, il passaggio risulta più semplice dal punto di vista tecnico. Nel video YouTube allegato a questo articolo potete vedere perfettamente il passaggio chiave e l’alternativa intrapresa!



Data

24-07-2026

Distanza

13.72 KM

Tipo escursione

Alpinismo

Dislivello

1500 mt

  • Montagna

    Jôf di Montasio e Cima di Terrarossa

  • Indirizzo

    Sella Nevea, Friuli Venezia Giulia

  • Altitudine

    2753.00 m

  • Rifugi

    Rifugio di Brazzà, malga Montasio

  • Informazioni

    Rifugio di Brazzà, Malga Montasio

Procediamo con altri passaggi di I e II meno degni di nota e raggiungiamo finalmente la luce del sole: anche in una giornata così calda, nel canalone abbiamo avuto per diverso tempo la sensazione di mani fredde e intirizzite! Raggiungiamo la cresta sommitale. È una cresta molto sottile e aerea, sembra una lama di roccia in bilico sul vuoto. Fortunatamente non presenta difficoltà e sono facili roccette su cui effettuare un divertente scrambling fino ad arrivare proprio sotto alla cima. Qui un breve tratto di ghiaia in salita ci porta sul pianoro di vetta.
Siamo in cima allo Jôf di Montasio a 2753 metri di quota! Dopo circa 4h dalla partenza, eccoci ad ammirare uno dei panorami più belli delle Alpi Giulie: dal monte Canin e il Cimone che ci hanno accompagnato per gran parte della salita, passando per il Mangart, il Triglav sloveno in lontananza che svetta, lo Jôf Fuart e il Nabois poco distanti, fino a volgere lo sguardo sulle Dolomiti da cui distinguiamo perfettamente il Civetta e l’Antelao! Una vista spaziale, che non ha nulla da invidiare alle nostre Dolomiti!
Marco suona la campana presente sulla cima e il suono riecheggia su tutto l’altopiano del Montasio. La croce custodisce il libro di vetta. Ci godiamo una pausa meritata ammirando e godendo delle bellezze che ci circondano organizzando già i prossimi itinerari nella zona.
Lasciamo la cima e seguiamo il sentiero della via normale (CAI 663a) per scendere. Si percorre dapprima un altro tratto di cresta che in breve perde quota prima tra facili roccette e poi tramite tratti attrezzati installati nei punti più critici. La discesa risulta sicura e agevole grazie a questi segmenti ferrati, fino a raggiungere la Forca Verde a quota 2587 metri in corrispondenza del tratto più iconico e caratteristico della via Normale: la scala Pipan!
Una scala completamente verticale composta da tre tronconi di decine di metri che si perde nel vuoto. I tre tronconi distinti sono stati pensati per riuscire a far scambiare gli escursionisti che la stanno percorrendo in direzioni opposte. Il primo tratto, venendo dalla cima, risulta il più lungo e anche instabile con una percezione di leggero ondeggiamento. Non ci si sente mai in pericolo, ma comunque non è una sensazione divertente. Gli stambecchi sono sempre nei paraggi e, anzi, al termine della scala, ne vediamo uno che con il collo all’insù guarda noi buffi escursionisti che usano questo strumento luccicante…. Chissà cosa starà pensando!
Continuando su segmenti ferrati e successivamente su facile ghiaione, raggiungiamo la quota di circa 2400 metri in cui si presenta un bivio. A destra si continua la via normale e ci si ricongiunge alla traccia 663 verso la Forca dei Disteis dell’andata, mentre a sinistra si procede per il sentiero attrezzato Leva (CAI 663b). Visto che non capita tutti i giorni di venire in un luogo così bello e spettacolare, ci concediamo questo prolungamento e intraprendiamo il sentiero Leva in direzione della seconda vetta di giornata: la cima di Terrarossa.
Il sentiero attrezzato Leva procede su cengia che segue la sinuosità naturale del Modeon del Montasio. Tutta la via è completamente attrezzata da oltre 50 segmenti metallici che assicurano la progressione. Alcuni di questi sono anche superflui vista l’ampia porzione di cengia e la facilità di avanzamento senza pericoli. A mio avviso sono stati installati sicuramente per giornate in cui il meteo risulta avverso e anche per evitare possibili scherzetti dei nostri amici stambecchi. Infatti, anche qui, sono costantemente presenti in gruppetti che potrebbero scaricare sassi sopra le nostre teste. Prestare la massima attenzione.
Procediamo in leggera e costante discesa con un panorama spettacolare sull’Altopiano del Montasio e sul gruppo del Canin, fino a raggiungere la Forca del Palone. Prima di arrivare sulla sella, segnalo due tratti impegnativi della ferrata. Incastonati tra una strozzatura rocciosa, sono presenti fittoni che aiutano gli appoggi di mani e piedi, ma comunque in alcuni casi risultano poco visibili per coloro che, come noi, la stanno percorrendo in discesa. La vista dalla forcella ci fa ricordare il luogo selvaggio in cui ci troviamo con una gola fresca, oscura e inviolata.
Procedendo verso il Terrarossa affrontiamo gli ultimi segmenti attrezzati in salita con passaggi di nuovo tecnici e leggermente esposti, fino al ricongiungimento con il sentiero CAI 664 che porta alla vetta. Altri 200 metri di dislivello positivo da aggiungere al percorso. In quest’ultimo tratto troviamo una vera e propria famiglia di stambecchi intenti a godersi i sali minerali tra le rocce e, i più giovani, ad ammirare questi esseri bipedi che goffamente cercano di raggiungere la semplice cima.
Dopo circa 3h dalla cima dello Jôf di Montasio, raggiungiamo la cima di Terrarossa a quota 2420 metri! Un avamposto eccezionale per ammirare le verticali pareti Sud dello Jôf Fuart e del Nabois Grande. Sullo sfondo ancora il mitico Mangart che svetta. Ci giriamo per ammirare la vista alle nostre spalle: tutto il Montasio si apre davanti a noi mostrandosi in tutta la bellezza e la difficoltà che abbiamo appena affrontato per raggiungere la sua vetta allo Jôf di Montasio in fondo, per poi godere della digressione sul sentiero Leva percorso sul Modeon del Montasio. Uno spettacolo assoluto perché sembra davvero impossibile aver superato quelle verticalità!
Torniamo sui nostri passi e scendiamo attraverso il sentiero normale 664 in direzione dell’altopiano del Montasio. La discesa è piacevole in un continuo zig-zag che permette una perdita veloce e costante di dislivello. Continuiamo a incontrare, ammirare e fotografare stambecchi che restano imperterriti sul sentiero principale. Avremo perso oltre mezz’ora considerando tutte le foto fatte a questi simpatici animali che ci hanno accompagnato allegramente durante tutta la giornata.
A quota 1900 metri termina la roccia e si continua su balze erbose fino a raggiungere il tanto agognato rifugio Brazzà. Qui è d’obbligo una fresca e rigenerante birra che ci godiamo assieme a seguito di un sonoro brindisi.
Si conclude così questo giro ad anello sontuoso sullo Jôf di Montasio. Una cima delle Alpi Giulie che si è mostrata in tutta la sua bellezza rocciosa, nella maestosità della via Findenegg con le difficoltà tecniche di arrampicata, la via Normale con la caratteristica scala Pipan e la via attrezzata Leva che ci ha permesso di compiere una traversata su tutto il gruppo del Montasio! 1500 metri dislivello in 8h 30 minuti di sviluppo.
Questa è una via d'ambiente che non fa sconti: richiede gambe, fiato e una solida esperienza su roccia. Prima di iniziare l’avventura bisogna verificare che le condizioni meteo siano impeccabili: nebbia, pioggia o roccia vetrata devono obbligare alla rinuncia senza ripensamenti. Attenzione al passaggio chiave della Findenegg descritto sopra. Non prendete sottogamba nemmeno la progressione sulla Grande Cengia: ricordate sempre l’abisso di mille metri che avete al vostro fianco. Casco e kit da ferrata obbligatori. Prevedete anche un’eventuale pezzo di corda per assicurarvi in caso di necessità.
Un’avventura consigliatissima e che spero dia il via a esplorazioni in queste zone impervie e autentiche del Friuli!



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Difficoltà

Escursionisti Esperti con Attrezzatura - Vengono indicati i percorsi attrezzati (o vie ferrate), richiedono l'uso dei dispositivi di autoassicurazione.



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