Bivacco invernale a Casera Frate de Sora

Avventura selvaggia nelle Dolomiti Friulane tra fatica, neve immacolata e… ospiti notturni inaspettati

Dettagli

  • hike_type Tipo escursione

    Ciaspolata

  • hike_difficult Difficoltà

    E

  • hike_distance Distanza

    7.45 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    595.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    780 mt

  • parking Parcheggio

    Vai a GMaps

  • landscape Paesaggio

    star

    star

    star

    star

    star empty

  • historical interest Int. storico

    star

    star empty

    star empty

    star empty

    star empty

  • duration Durata

    5h

  • altitude_max Altitudine MAX

    1375.00 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -780 mt

  • hike_type Tipo escursione

    Ciaspolata

  • hike_difficult Difficoltà

    E

  • hike_distance Distanza

    7.45 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    595.00 mt

  • altitude_max Altitudine MAX

    1375.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    780 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -780 mt

  • duration Durata

    5h

  • landscape Paesaggio

    star

    star

    star

    star

    star empty

  • historical interest Int. storico

    star

    star empty

    star empty

    star empty

    star empty

  • parking Parcheggio

    Vai a GMaps

Stagione

GEN
FEB
MAR
APR
MAG
GIU
LUG
AGO
SET
OTT
NOV
DIC

Sentieri

Bivacco!
Dopo quasi un anno dall’ultima avventura di questo tipo, io e il buon Enrico ci riproviamo in un luogo selvaggio, poco conosciuto, nel Friuli incontaminato: Casera Frate de Sora.
Siamo nella zona di Claut. Superata la zona Vajont con Erto e Casso, passando per il passo Sant’Osvaldo e Cimolais, raggiungiamo la frazione di Mattan (o Matan). Parcheggiamo l’auto a bordo strada a quota 615 metri. Poco più indietro la strada, che compie una leggera discesa in direzione Sud, ci permette di cominciare la nostra escursione.
Abbiamo degli zaini pesantissimi viste le condizioni che il sentiero potrebbe riservarci: abbiamo ghette, ciaspole, ramponcini, nonché cibo, sacco a pelo e tutti gli utensili obbligatori per godere del bivacco che vogliamo raggiungere. Non ci scoraggiamo e l’aria, insolitamente fresca ma non pungente di questa mattinata di fine febbraio, ci permette di metterci in marcia sereni. Sotto di noi sentiamo già il fragore del torrente Cellina che nasce proprio qualche chilometro più avanti rispetto al parcheggio che abbiamo trovato.
Superiamo il torrente che scivola veloce tra le rocce coperte da una coltre bianca. Davanti a noi la strada ora comincia a salire. La neve si fa più alta e compatta in corrispondenza del divieto di accesso alle auto. Indossiamo le ciaspole e speriamo di non averle portate per nulla e che ci siano d'aiuto. Ben presto ci rendiamo conto che non solo abbiamo fatto benissimo a portarle, ma che sono fondamentali per la progressione: infatti, in breve la neve diventa candida e immacolata a formare quasi delle dune sinuose, profonde da mezzo metro a un metro!
Proseguiamo ancora sulla strada fino alla St.la Pinciadona, dove c’è un bivio che prosegue per il rifugio Pradut. Noi seguitiamo invece sulla traccia che prosegue dritta in direzione Sud e che comincia ad aumentare la pendenza. Alle nostre spalle l’abitato di Claut con la vista sul monte Zerten. Superiamo la St.la delle Pale, ormai ridotta a rudere, per lasciare di fatto la strada e cominciare il sentiero: traccia CAI 960.
Abbiamo fatto poco più di 100 metri di dislivello e sembravano infiniti… ce ne aspettano altri 700 e gli zaini si fanno già sentire. La neve non aiuta e continuano a non esserci tracce sulla nostra via: siamo noi a battere la traccia! In condizioni di escursione normali mi piace battere traccia, anzi aggiunge quel tocco di esplorazione in più che non guasta. Ma qui, con oltre 10 kg sulle spalle, un aiutino non ci avrebbe dato fastidio. La buona notizia è che dovremmo essere i soli a cercare di raggiungere la casera nella giornata odierna e, viste le esigue dimensioni e la presenza di due soli posti letto, direi meglio così!
Il sentiero procede con una pendenza costante, faticosa ma non troppo. Permette di prendere fiato e di avere una progressione continua. Bisogna prestare attenzione a un piccolo saliscendi con presenza di rocce a quota 775 metri, dove bisogna cercare il punto giusto per procedere con le ciaspole.
Proseguiamo nel bosco di abeti e faggi, solo il nostro rumore di neve pressata dalle ciaspole disturba un silenzio assordante. A quota 900 metri un bivio ci permette di raggiungere la strada per il Pradut poco distante; noi continuamo costeggiando il Cioi de Pinciadona, completamente asciutto e ricoperto di neve. Pochi metri più avanti, lo attraversiamo in una piccola depressione per poi tornare a percorrere una costa spoglia di alberi che ci porta a quota 1000 metri.
Qui cominciano le fatiche. Da questo punto la pendenza si fa più ardua, il sentiero compie pochi zig-zag e si procede quasi sempre “dritto per dritto”. Manteniamo sempre la direzione Sud-Sud-Est, le segnalazioni sugli alberi sono sempre visibili anche se a volte bisogna cercarle per riuscire a eseguire la traccia consigliata più agevole. Gli zaini si fanno sentire sempre di più. Il sole è già nascosto dietro alle creste montuose del Col Grant, ma la temperatura è rigida, per fortuna, visto lo sforzo che stiamo compiendo. Isolate tracce di caprioli interrompono un bianco continuo e intonso.
Il bosco si dirada leggermente lasciando intravvedere una via obbligata tra dune bianche con grossi massi sulla sinistra e una parete di qualche metro alla nostra destra. Dobbiamo prestare attenzione perché in corrispondenza dei massi potremmo sprofondare in buche coperte da un sottile strato di neve. Superiamo con accortezza il tratto e seguitiamo nuovamente nella flora boschiva. Vediamo in lontananza che stiamo per scollinare e sembra esserci una spianata.
Così non è e, a quota 1300 metri circa, c’è un ampio canalone che risulta non banale. All’inizio si cammina su un esile sentiero che costeggia un piccolo balzo di un paio di metri dove vediamo dei tronchi ammassati che non donano serenità alla nostra progressione. Lasciata alle spalle questa sezione, eccoci su un canalone aperto, con le sponde relativamente pendenti e una parete rocciosa verticale alla nostra destra. Il sentiero costeggia esattamente questa spalla rocciosa non proprio sicura, visto che riversa continuamente dei soffi di neve ora portati dal vento, ora scaricati dagli accumuli. Qui la segnaletica non è evidente e, infatti, in un paio di occasioni io ed Enrico ci siamo domandati se fossimo sulla traccia giusta. Superata la cresta e arrivati all’apice del canalone, ecco ben visibile il segnavia CAI su un albero. Siamo vicini. Ultimi metri immersi in un fitto bosco di abeti ancora con i rami carichi di neve. Ad ogni nostro passo veniamo inondati da pesanti blocchi di neve oramai ghiacciata che si staccano dagli alberi. Ancora un’ultima decisa ma breve salita ed eccoci sul pianoro che preannuncia la vista sul gruppo del Ressetùm e, più precisamente, sul monte Frate!
Volgiamo lo sguardo in direzione Est ed eccola lì: Casera Frate de Sora! A circa 3h dalla partenza, raggiungiamo la nostra meta. Circondata dagli abeti, ai piedi del monte Frate, immersa nel candore della neve trapunta di bozzi e palloni tondeggianti tutt’intorno. Ovviamente sono delle rocce ricoperte dalla neve a regalare questa immagine insolita alla zona. Battiamo traccia anche per raggiungere l’uscio del bivacco. Evidentemente stasera saremo gli unici ospiti.
Il tetto sporgente ha salvato l’ingresso da una coltre di neve che sicuramente avrebbe impedito l’accesso. Entriamo e notiamo che è tutto in ordine, ma ci sono due particolari che ci lasciano con l’amaro in bocca: non c’è legna e la sega per poterla fare è rotta e inutilizzabile. Fortunatamente Enrico ha con sé un seghetto portatile e, senza nemmeno riposare, ci gettiamo alla ricerca di alberi spogli e senza vita per poter ricavare la legna per la notte.
Per i futuri escursionisti: uscendo dalla casera, percorrendo per una decina di metri il sentiero a ritroso, puntate a destra nel bosco e troverete diversi alberi secchi pronti a fornirvi il legname necessario.
Noi abbiamo investito un paio di ore come boscaioli e abbiamo prodotto e tagliato, pronta all’uso, una grande quantità di legna. Soddisfatti, ci siamo meritati finalmente un riposo rallegrato da un aperitivo coi fiocchi.
La stufa è avviata e comincia a scaldare per bene il bivacco: la casera è essenziale, un tavolo con una sedia completa e una senza gambe appoggiata al contenitore della legna, una stufa Nordica che è una garanzia per produrre una temperatura eccezionale, una mensola con della diavolina e scatolame vario di emergenza, un letto a castello. Addirittura tre finestre con annessi scuri che guardano in direzione Nord, Ovest e la più bella a Sud con la vista sul Monte Frate! Cala la sera, il fuoco arriva a scaldare fino a oltre 24 gradi, la legna è tanta (siamo stati bravi) e ci possiamo godere prima una bella cena con risotto zafferano e porcini. Una giocata a carte è d’obbligo e uscire con il buio è l’ultima cosa obbligatoria da fare: il cielo stellato è ipnotico!
Non c’è alcun bagliore a interrompere questo cielo punteggiato di spilli luminosi che brillano in un lampeggio spettacolare. Le finestre della casera regalano un connubio di luci ed ombre magiche. Intorno a noi le forme frastagliate degli abeti e le sinuose creste delle montagne creano delle macchie nere a contrasto. Ci perdiamo in questo silenzio assordante e immortaliamo, per quanto possibile, questi attimi infiniti.
Lascio fuori la Insta360 X4 per catturare lo starlapse notturno e torniamo al caldo pronti per coricarci. Sacco a pelo ultralight (vista anche la temperatura!) e buonanotte. Alle 4, veniamo svegliati da rumori insoliti: sembra un topo che sgranocchia qualcosa… le nostre provviste! Ovviamente avevamo messo in un sacchetto ermetico tutto il nostro cibo, quindi è impossibile che stia mangiando quello… Punto la torcia in direzione dei rumori ed ecco il topolino che fa un balzo 3 volte la sua altezza nell’unico pertugio nel legno sullo spigolo Nord-Ovest del bivacco! Stava ricavando della carta da un bicchiere lasciato sulla mensola distante dal tavolo con i nostri oggetti. Riproviamo quindi a dormire, ma niente, a intervalli regolari ecco che torna a sgranocchiare e non riusciamo a riprendere sonno.
Ci svegliamo così ben prima dell’alba, riattiviamo la stufa e facciamo colazione. L’alba arriva ma non è così spettacolare come me la immaginavo poiché i primi raggi del sole sono filtrati dalla Cima Lastruta che sovrasta ad Est la casera.
Sistemiamo tutto, puliamo per bene e lasciamo una grossa quantità di legna per i prossimi ospiti del bivacco. Chiudiamo bene la porta per evitare che animali possano accedervi e torniamo sui nostri passi del giorno precedente. Ripercorriamo a ritroso la via di salita. La notte rigida ha compattato la traccia che abbiamo battuto durante la salita. Il panorama regala particolari nuovi e, prestando sempre la massima attenzione, ci gettiamo a capofitto nella discesa che percorriamo in 2h fino a raggiungere nuovamente l’abitato di Mattan.
Si conclude così una splendida avventura in un bivacco invernale, nelle Dolomiti Friulane, al cospetto del monte Frate, nel gruppo del Ressetùm. La Casera Frate de Sora è un vero gioiellino: piccola ma comoda, è un bivacco ottimo per due persone (visto che ci sono solo 2 posti letto). Punto strategico per raggiungere eventualmente le vette del Frate o compiere un giro ad anello per raggiungere il vicino rifugio Pradut. Servono 800 metri di dislivello per raggiungerlo, quindi è per persone assolutamente allenate nella stagione invernale, dove sono necessarie le ciaspole se la neve è alta come nel nostro caso. Con situazioni più agevoli, meno neve e temperature più miti, il bivacco è sicuramente un’avventura selvaggia anche per i meno esperti!

Bivacco!
Dopo quasi un anno dall’ultima avventura di questo tipo, io e il buon Enrico ci riproviamo in un luogo selvaggio, poco conosciuto, nel Friuli incontaminato: Casera Frate de Sora.
Siamo nella zona di Claut. Superata la zona Vajont con Erto e Casso, passando per il passo Sant’Osvaldo e Cimolais, raggiungiamo la frazione di Mattan (o Matan). Parcheggiamo l’auto a bordo strada a quota 615 metri. Poco più indietro la strada, che compie una leggera discesa in direzione Sud, ci permette di cominciare la nostra escursione.
Abbiamo degli zaini pesantissimi viste le condizioni che il sentiero potrebbe riservarci: abbiamo ghette, ciaspole, ramponcini, nonché cibo, sacco a pelo e tutti gli utensili obbligatori per godere del bivacco che vogliamo raggiungere. Non ci scoraggiamo e l’aria, insolitamente fresca ma non pungente di questa mattinata di fine febbraio, ci permette di metterci in marcia sereni. Sotto di noi sentiamo già il fragore del torrente Cellina che nasce proprio qualche chilometro più avanti rispetto al parcheggio che abbiamo trovato.
Superiamo il torrente che scivola veloce tra le rocce coperte da una coltre bianca. Davanti a noi la strada ora comincia a salire. La neve si fa più alta e compatta in corrispondenza del divieto di accesso alle auto. Indossiamo le ciaspole e speriamo di non averle portate per nulla e che ci siano d'aiuto. Ben presto ci rendiamo conto che non solo abbiamo fatto benissimo a portarle, ma che sono fondamentali per la progressione: infatti, in breve la neve diventa candida e immacolata a formare quasi delle dune sinuose, profonde da mezzo metro a un metro!
Proseguiamo ancora sulla strada fino alla St.la Pinciadona, dove c’è un bivio che prosegue per il rifugio Pradut. Noi seguitiamo invece sulla traccia che prosegue dritta in direzione Sud e che comincia ad aumentare la pendenza. Alle nostre spalle l’abitato di Claut con la vista sul monte Zerten. Superiamo la St.la delle Pale, ormai ridotta a rudere, per lasciare di fatto la strada e cominciare il sentiero: traccia CAI 960.
Abbiamo fatto poco più di 100 metri di dislivello e sembravano infiniti… ce ne aspettano altri 700 e gli zaini si fanno già sentire. La neve non aiuta e continuano a non esserci tracce sulla nostra via: siamo noi a battere la traccia! In condizioni di escursione normali mi piace battere traccia, anzi aggiunge quel tocco di esplorazione in più che non guasta. Ma qui, con oltre 10 kg sulle spalle, un aiutino non ci avrebbe dato fastidio. La buona notizia è che dovremmo essere i soli a cercare di raggiungere la casera nella giornata odierna e, viste le esigue dimensioni e la presenza di due soli posti letto, direi meglio così!
Il sentiero procede con una pendenza costante, faticosa ma non troppo. Permette di prendere fiato e di avere una progressione continua. Bisogna prestare attenzione a un piccolo saliscendi con presenza di rocce a quota 775 metri, dove bisogna cercare il punto giusto per procedere con le ciaspole.
Proseguiamo nel bosco di abeti e faggi, solo il nostro rumore di neve pressata dalle ciaspole disturba un silenzio assordante. A quota 900 metri un bivio ci permette di raggiungere la strada per il Pradut poco distante; noi continuamo costeggiando il Cioi de Pinciadona, completamente asciutto e ricoperto di neve. Pochi metri più avanti, lo attraversiamo in una piccola depressione per poi tornare a percorrere una costa spoglia di alberi che ci porta a quota 1000 metri.
Qui cominciano le fatiche. Da questo punto la pendenza si fa più ardua, il sentiero compie pochi zig-zag e si procede quasi sempre “dritto per dritto”. Manteniamo sempre la direzione Sud-Sud-Est, le segnalazioni sugli alberi sono sempre visibili anche se a volte bisogna cercarle per riuscire a eseguire la traccia consigliata più agevole. Gli zaini si fanno sentire sempre di più. Il sole è già nascosto dietro alle creste montuose del Col Grant, ma la temperatura è rigida, per fortuna, visto lo sforzo che stiamo compiendo. Isolate tracce di caprioli interrompono un bianco continuo e intonso.
Il bosco si dirada leggermente lasciando intravvedere una via obbligata tra dune bianche con grossi massi sulla sinistra e una parete di qualche metro alla nostra destra. Dobbiamo prestare attenzione perché in corrispondenza dei massi potremmo sprofondare in buche coperte da un sottile strato di neve. Superiamo con accortezza il tratto e seguitiamo nuovamente nella flora boschiva. Vediamo in lontananza che stiamo per scollinare e sembra esserci una spianata.
Così non è e, a quota 1300 metri circa, c’è un ampio canalone che risulta non banale. All’inizio si cammina su un esile sentiero che costeggia un piccolo balzo di un paio di metri dove vediamo dei tronchi ammassati che non donano serenità alla nostra progressione. Lasciata alle spalle questa sezione, eccoci su un canalone aperto, con le sponde relativamente pendenti e una parete rocciosa verticale alla nostra destra. Il sentiero costeggia esattamente questa spalla rocciosa non proprio sicura, visto che riversa continuamente dei soffi di neve ora portati dal vento, ora scaricati dagli accumuli. Qui la segnaletica non è evidente e, infatti, in un paio di occasioni io ed Enrico ci siamo domandati se fossimo sulla traccia giusta. Superata la cresta e arrivati all’apice del canalone, ecco ben visibile il segnavia CAI su un albero. Siamo vicini.



Data

21-02-2026

Distanza

7.45 KM

Tipo escursione

Ciaspolata

Dislivello

780 mt

  • Montagna

    Ressetùm - Monte Frate

  • Indirizzo

    Claut - Friuli Venezia Giulia

  • Altitudine

    1375.00 m

  • Rifugi

  • Informazioni

Ultimi metri immersi in un fitto bosco di abeti ancora con i rami carichi di neve. Ad ogni nostro passo veniamo inondati da pesanti blocchi di neve oramai ghiacciata che si staccano dagli alberi. Ancora un’ultima decisa ma breve salita ed eccoci sul pianoro che preannuncia la vista sul gruppo del Ressetùm e, più precisamente, sul monte Frate!
Volgiamo lo sguardo in direzione Est ed eccola lì: Casera Frate de Sora! A circa 3h dalla partenza, raggiungiamo la nostra meta. Circondata dagli abeti, ai piedi del monte Frate, immersa nel candore della neve trapunta di bozzi e palloni tondeggianti tutt’intorno. Ovviamente sono delle rocce ricoperte dalla neve a regalare questa immagine insolita alla zona. Battiamo traccia anche per raggiungere l’uscio del bivacco. Evidentemente stasera saremo gli unici ospiti.
Il tetto sporgente ha salvato l’ingresso da una coltre di neve che sicuramente avrebbe impedito l’accesso. Entriamo e notiamo che è tutto in ordine, ma ci sono due particolari che ci lasciano con l’amaro in bocca: non c’è legna e la sega per poterla fare è rotta e inutilizzabile. Fortunatamente Enrico ha con sé un seghetto portatile e, senza nemmeno riposare, ci gettiamo alla ricerca di alberi spogli e senza vita per poter ricavare la legna per la notte.
Per i futuri escursionisti: uscendo dalla casera, percorrendo per una decina di metri il sentiero a ritroso, puntate a destra nel bosco e troverete diversi alberi secchi pronti a fornirvi il legname necessario.
Noi abbiamo investito un paio di ore come boscaioli e abbiamo prodotto e tagliato, pronta all’uso, una grande quantità di legna. Soddisfatti, ci siamo meritati finalmente un riposo rallegrato da un aperitivo coi fiocchi.
La stufa è avviata e comincia a scaldare per bene il bivacco: la casera è essenziale, un tavolo con una sedia completa e una senza gambe appoggiata al contenitore della legna, una stufa Nordica che è una garanzia per produrre una temperatura eccezionale, una mensola con della diavolina e scatolame vario di emergenza, un letto a castello. Addirittura tre finestre con annessi scuri che guardano in direzione Nord, Ovest e la più bella a Sud con la vista sul Monte Frate! Cala la sera, il fuoco arriva a scaldare fino a oltre 24 gradi, la legna è tanta (siamo stati bravi) e ci possiamo godere prima una bella cena con risotto zafferano e porcini. Una giocata a carte è d’obbligo e uscire con il buio è l’ultima cosa obbligatoria da fare: il cielo stellato è ipnotico!
Non c’è alcun bagliore a interrompere questo cielo punteggiato di spilli luminosi che brillano in un lampeggio spettacolare. Le finestre della casera regalano un connubio di luci ed ombre magiche. Intorno a noi le forme frastagliate degli abeti e le sinuose creste delle montagne creano delle macchie nere a contrasto. Ci perdiamo in questo silenzio assordante e immortaliamo, per quanto possibile, questi attimi infiniti.
Lascio fuori la Insta360 X4 per catturare lo starlapse notturno e torniamo al caldo pronti per coricarci. Sacco a pelo ultralight (vista anche la temperatura!) e buonanotte. Alle 4, veniamo svegliati da rumori insoliti: sembra un topo che sgranocchia qualcosa… le nostre provviste! Ovviamente avevamo messo in un sacchetto ermetico tutto il nostro cibo, quindi è impossibile che stia mangiando quello… Punto la torcia in direzione dei rumori ed ecco il topolino che fa un balzo 3 volte la sua altezza nell’unico pertugio nel legno sullo spigolo Nord-Ovest del bivacco! Stava ricavando della carta da un bicchiere lasciato sulla mensola distante dal tavolo con i nostri oggetti. Riproviamo quindi a dormire, ma niente, a intervalli regolari ecco che torna a sgranocchiare e non riusciamo a riprendere sonno.
Ci svegliamo così ben prima dell’alba, riattiviamo la stufa e facciamo colazione. L’alba arriva ma non è così spettacolare come me la immaginavo poiché i primi raggi del sole sono filtrati dalla Cima Lastruta che sovrasta ad Est la casera.
Sistemiamo tutto, puliamo per bene e lasciamo una grossa quantità di legna per i prossimi ospiti del bivacco. Chiudiamo bene la porta per evitare che animali possano accedervi e torniamo sui nostri passi del giorno precedente. Ripercorriamo a ritroso la via di salita. La notte rigida ha compattato la traccia che abbiamo battuto durante la salita. Il panorama regala particolari nuovi e, prestando sempre la massima attenzione, ci gettiamo a capofitto nella discesa che percorriamo in 2h fino a raggiungere nuovamente l’abitato di Mattan.
Si conclude così una splendida avventura in un bivacco invernale, nelle Dolomiti Friulane, al cospetto del monte Frate, nel gruppo del Ressetùm. La Casera Frate de Sora è un vero gioiellino: piccola ma comoda, è un bivacco ottimo per due persone (visto che ci sono solo 2 posti letto). Punto strategico per raggiungere eventualmente le vette del Frate o compiere un giro ad anello per raggiungere il vicino rifugio Pradut. Servono 800 metri di dislivello per raggiungerlo, quindi è per persone assolutamente allenate nella stagione invernale, dove sono necessarie le ciaspole se la neve è alta come nel nostro caso. Con situazioni più agevoli, meno neve e temperature più miti, il bivacco è sicuramente un’avventura selvaggia anche per i meno esperti!



Non perdere l'occasione di vivere l'emozione dell'escursione che hai appena letto!
Clicca qui e guarda il video esclusivo su YouTube per un'esperienza ancora più immersiva!


Ti è piaciuta la mia avventura?

Difficoltà

Escursionisti - Itinerari su sentieri od evidenti tracce in terreno di vario genere (pascoli, detriti, pietraie...). Sono generalmente segnalati con vernice od ometti (pietre impilate a forma piramidale che permettono di individuare il percorso anche da lontano). Possono svolgersi anche in ambienti innevati ma solo lievemente inclinati. Richiedono attrezzatura ed una sufficiente capacità di orientamento, allenamento alla camminata anche per qualche ora.



;