Col Quaternà: il vulcano delle Dolomiti

Un'escursione al confine tra Veneto e Alto Adige, alla scoperta di un antico vulcano, trincee della Grande Guerra, bunker e i cippi della Serenissima

Dettagli

  • hike_type Tipo escursione

    Escursione

  • hike_difficult Difficoltà

    E

  • hike_distance Distanza

    22.58 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    1260.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1300 mt

  • parking Parcheggio

    Vai a GMaps

  • landscape Paesaggio

    star

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  • historical interest Int. storico

    star

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  • duration Durata

    6h 30m

  • altitude_max Altitudine MAX

    2560.00 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1300 mt

  • hike_type Tipo escursione

    Escursione

  • hike_difficult Difficoltà

    E

  • hike_distance Distanza

    22.58 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    1260.00 mt

  • altitude_max Altitudine MAX

    2560.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1300 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1300 mt

  • duration Durata

    6h 30m

  • landscape Paesaggio

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  • historical interest Int. storico

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Stagione

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DIC

Sentieri

"Lo sapevi che sulle Dolomiti c’è l’unico vulcano delle Alpi? Col Quaternà”. Con queste parole il mio toscano amico Romolo mi ha fatto scattare la voglia di imparare qualcosa di più su questa vetta: intanto la sua posizione, poi la sua geologia e infine i suoi cenni storici. Il tutto si è rivelato fin da subito un bagaglio di informazioni immenso e allettante.
Che l’avventura abbia inizio!
Termometro sotto lo zero all’arrivo al Passo Monte Croce Comelico al confine tra Veneto e Trentino Alto Adige. Assieme a me oggi ci sono Enrico ed Angelo per formare un gruppo esplorativo su questa montagna inedita. L’obiettivo di giornata è il Col Quaternà, un vecchio camino vulcanico ancora oggi facilmente riconoscibile dalla sua sagoma a punta. Da qui ancora non lo possiamo ammirare e quindi intraprendiamo la via di salita sulla traccia CAI 131 proprio in corrispondenza del parcheggio del Passo.
L’ampia strada sterrata procede in leggera salita all’interno di un bosco di larici ed abeti, superiamo la chiesetta di St. Michel e procediamo fino ad un bivio con chiare indicazioni per la Malga Coltrondo. Qui cambiamo traccia su CAI 149 dove perdiamo diverse decine di metri di dislivello in una inaspettata discesa. Dopo un tornante verso destra, ecco apparire la sagoma del Col Quaternà: sembra molto distante, la sua punta sembra inarrivabile visto quanto è aguzza. Ritorniamo nel bosco lottando tra ragnatele tese tra gli abeti, superiamo un grazioso ponte in legno reso ancora più caratteristico con la coltre di neve che sta imbiancando il tragitto e arriviamo in breve al lago dei Rospi: una chiazza d’acqua, ora ghiacciata, tipico ritrovo per i rospi che popolano questi ruscelli che compongono l’intorno.
  Proseguiamo sul sentiero e, dopo una nuova discesa, ecco che ci immettiamo nella strada asfaltata che porta alla Malga. Ed eccola in breve proprio davanti a noi, chiusa in questo periodo, ma luogo comodo in estate per arrivare fin qui con l’auto e risparmiarsi circa 1h di camminata e oltre 250 metri di dislivello. Degne di nota le tipiche vacche scozzesi “Highlander” che assopite ancora dal torpore del sonno, con il loro pelame lungo, folto e ispido, ci scrutano sottecchi presentandoci le loro immense corna simmetriche. Una foto con lo sfondo dolomitico è d’obbligo.
Continuiamo sulla strada e in breve eccoci al rifugio Rinfreddo, anch’esso chiuso in questa stagione. Luogo facile da raggiungere per chiunque grazie alla possibilità di parcheggio alla malga appena lasciata. La vista da qui comincia ad essere davvero apprezzabile con le Dolomiti di Sesto, le cime di Auronzo (o meglio di Padova da questo versante) e il Popera. 
Continuiamo la salita fino a raggiungere quota 2000 metri dove siamo evidentemente alla base del camino vulcanico del Col Quaternà. È incredibile come la conformazione di questo luogo sia incredibilmente differente rispetto ad uno sguardo alle nostre spalle: la roccia dolomitica sedimentaria si staglia da una parte, mentre davanti ai nostri occhi c’è una conformazione completamente differente. Osserviamo rocce di colore scuro, spesso attraversate da venature di selce bianca e caratterizzate dal tipico aspetto “a foglietti”. Da qui in poi si possono incontrare lungo gran parte del percorso e rappresentano antichissime sabbie e limi deposti in un mare poco profondo, poi consolidati nel tempo fino a trasformarsi in arenarie. Sono rocce molto più antiche delle nostre amate Dolomiti.
I rododendri, ora sfioriti, sembrano sorreggere la piramide sommitale della cima: si tratta di un antico camino vulcanico (neck), costituito da una roccia lavica più resistente rispetto a quella del vulcano che lo circondava. Con il passare del tempo, le rocce più friabili del cono vulcanico si sono erose, lasciando emergere soltanto il nucleo centrale: il camino, che oggi raggiunge i 2503 metri di quota. È rimasto attivo per un periodo compreso tra due e tre milioni di anni, circa 290 milioni di anni fa. L’attività, probabilmente discontinua, fu di tipo andesitico nelle fasi finali, come dimostrano le rocce che colmano il condotto vulcanico.
A quota 2053, invece che salire diretti verso la cima attraverso la Valle delle Pere, seguiamo il sentiero tracciato dalla segnaletica CAI 173 che si arrampica a zig-zag su carrareccia sterrata. Saliamo rapidamente di quota e la croce di vetta del colle si fa sempre più visibile. Il panorama diventa sempre più ampio, maestoso e ci fornisce un’anteprima di quanto ci attenderà in vetta. Raggiunti i 2379 metri siamo sulla Sella de Quaternà, dove intersechiamo la traccia di cresta della Costa della Spina. Questo caratteristico tracciato permette di attraversare il Monte Spina che sovrasta Padova e Dosoledo e si congiunge, con un susseguirsi di cime affilate, alla posizione in cui siamo in questo momento.  Siamo in corrispondenza del tratto finale che porta alla croce di vetta e si può già intravvedere tra le rocce. Al nostro fianco ecco spuntare una madonnina che protegge questi luoghi sacri che hanno visto un susseguirsi di soldati e volontari sacrificarsi per la Patria durante la Grande Guerra. Proprio qui Il 13 luglio 1987, Papa Giovanni Paolo II percorse questa via che conduce alla cima del monte. La statuetta della Madonna, installata nel 1967, è accompagnata dalla dedica: “A Maria, Regina delle vette e della pace”.
Intraprendiamo l’ultimo tratto di sentiero ben visibile tra i resti silenziosi delle fortificazioni e delle trincee risalenti alla Grande Guerra. Pietre consumate dal tempo e muretti diroccati raccontano la presenza dei soldati che qui combatterono e resistettero. L’ultima parte che preannuncia la vetta è caratterizzata da piccoli pezzi franosi e instabili ma mai pericolosi o difficili. Ed ecco, davanti a noi la maestosa croce, il panorama si distende davanti ai nostri occhi: cima del col Quaternà!  La croce di vetta custodisce una lapide in memoria dei caduti della Prima Guerra Mondiale, un segno discreto ma toccante che invita al raccoglimento davanti alla storia e al sacrificio di chi non tornò più. È facile intuire come questa montagna potesse avere un ruolo strategico durante la Prima Guerra Mondiale. Dalla sua sommità, le truppe italiane potevano abbracciare con lo sguardo l’intero anfiteatro delle Dolomiti di Sesto, osservando i movimenti nemici e coordinando le operazioni militari. Questo colle, sospeso tra silenzio e vastità, fu allora un osservatorio naturale d’eccezione, da cui lo sguardo si perdeva tra le vette, oggi pacifiche, un tempo teatro di guerra. Ed eccole davanti a noi queste meraviglie: guardando a Sud riconosciamo le vette di Auronzo dell’Ajarnola e la Croda da Campo, risaliamo con la Cima di Padova, Cima Bagni, la Croda dei Toni che spunta dietro alle pareti del Popera, fino alla maestosa Croda Rossa di Sesto. Volgendo lo sguardo a Nord-Ovest ecco il Monte Elmo, la montagna del Ferro dinnanzi a noi, i Frugnoni, continuando verso Nord-Est ecco il Monte Cavallino e le Alpi Carniche che si susseguono in una catena infinita. La vista a 360 gradi si chiude sulla caratteristica Costa della Spina citata precedentemente. Godiamo di questa vista incredibile puntando lo sguardo verso la cima Frugnoni a Nord: lì c’è il confine Italia-Austria e vorremmo provare a raggiungerlo.
Scriviamo una piccola dedica sul libro di vetta per contrassegnare il nostro passaggio e scendiamo dalla stessa via di salita. Arrivati alla Sella del Quaternà, voltiamo alla nostra sinistra in direzioni Nord costeggiando di fatto le pendici del Col Quaternà e aggirandolo fino ad arrivare in breve al Passo Silvella su traccia CAI 148. Possiamo vedere il percorso in salita che porta ai Frugnoni con un sentiero a zig-zag cosparso di neve residua. Sotto un sole che scalda come in agosto, procediamo sul sentiero CAI 160 in direzione della seconda cima di giornata. L’obiettivo è una semplice scorribanda sul confine nazionale. La discesa e la successiva risalita ci fanno macinare altri 200 metri di dislivello, e dopo i 900 metri già fatti per arrivare al Col Quaternà, si fanno sentire. Raggiungiamo l’ultimo tornante che volge alla Sella dei Frugnoni a quota 2539 su un pianoro ricoperto di neve. Sprofondiamo inesorabilmente in alcuni punti in cui la coltre è stata spostata dal vento che qui deve sferzare in modo abbastanza marcato. Scegliamo quindi di intraprendere la cresta che ci porta qualche decina di metri più in alto dove troviamo una piccola trincea che guarda verso l’Austria. Da qui lo sguardo abbraccia Italia e Austria riportando la mente alla Grande Guerra, infatti voltando lo sguardo verso la terra natia ecco che rispunta il mitico Col Quaternà appena lasciato e, da qui, è nettamente visibile la dorsale occidentale del massiccio, conosciuta come Cresta di Vallorèra. Questa venne conquistata il 20 maggio 1915 dalla 68ª Compagnia del Battaglione Cadore. Due giorni più tardi un altro plotone raggiunse la vetta, dove entrambi i reparti si fortificarono, scavando trincee e consolidando le posizioni. Riportando lo sguardo nel Paese asburgico, ecco che si nota lo specchio d’acqua strategico e fondamentale del Lago Obstanser, da cui entrambe le fazioni si approvvigionavano d’acqua. In quell’area e sulla Montagna del Ferro, che vediamo alla nostra sinistra molto vicina, gli austriaci rafforzarono la propria presenza, seguiti dagli italiani, che si disposero lungo la linea Frugnoni–Vanscuro, poco distante da dove siamo noi in questo momento. Il 31 maggio del 1915, gli Standschützen attaccarono di sorpresa questo fronte e, con un colpo mirato, distrussero le postazioni italiane sul Col Quaternà. I pochi superstiti furono costretti a ritirarsi. I combattimenti nella zona proseguirono ancora a lungo, causando numerose vittime, con gli italiani che pagarono il prezzo più alto.
Torniamo sui nostri passi, percorriamo a ritroso la traccia sassosa dell’andata fino a ricongiungerci nuovamente al passo Silvella. Intraprendiamo così la traccia CAI 146 per ritornare al Passo Monte Croce Comelico compiendo un ampio anello che abbraccia il Col Quaternà e per esplorare la Vallorera. Una volta terminati una serie di otto tornanti, questa valle si rivela davvero amena: allieta l’escursionista con lo sciabordio dei numerosi ruscelli che scendono dalle Pale del Decano e si riversano tutti a formare il Torrente Padula (o Grenzbach). Superiamo una cascina graziosissima (Hirtenhutte) che, con il sole che comincia a scendere, regala uno scorcio magico. A quota 1938 troviamo una chiara divisione che ci invita ad addentrarci nella vicina macchia boscosa, traccia CAI 156, che lasciamo quasi immediatamente per percorrere la via CAI 1753 che taglia la valle da Nord-Est a Sud-Ovest intersecando di fatto il torrente Padola e l’attuale confine tra Veneto e Alto Adige. 
Ma perchè questo sentiero è denominato 1753? È presto detto: il Sentiero 1753 è un progetto transfrontaliero dedicato al recupero dell’antico confine tra la Serenissima e l’Impero Asburgico, stabilito con il Trattato di Rovereto del 1753. Infatti sul percorso che stiamo percorrendo ci imbattiamo in diversi cippi storici. Alcuni di questi risultano essere alti oltre il metro e presentano particolari incisioni scolpite con il riconoscibilissimo numero 1753.
La progressione nel bosco ci regala anche un’ambientazione da favola con alcune zone completamente ricoperte da cristalli di ghiaccio e i rami degli alberi completamente imbiancati. In alcuni punti, in presenza di queste giornate rigide, è necessario prestare attenzione per evitare di scivolare soprattutto nel sottobosco. 
Ma le sorprese non sono ancora finite. All’improvviso, mentre la radura si apre davanti a noi, coperta da una soffice distesa di neve, lo sguardo viene catturato da una massiccia struttura in muratura che emerge dal bianco silenzio: imponente, perfettamente mimetizzata tra rocce e pendii, tanto da sembrare parte stessa della montagna. Davanti a noi si rivela il bunker del Vallo Alpino Littorio, una fortificazione monumentale appartenente al vasto sistema difensivo voluto dal regime fascista alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale per proteggere i confini italiani. Realizzato in calcestruzzo armato, in parte interrato o scavato nella roccia, il bunker custodiva al suo interno postazioni per mitragliatrici, alloggiamenti per la truppa e magazzini, testimonianza ormai muta e abbandonata di un’epoca in cui la montagna non era, di nuovo dopo la Grande Guerra (!) solo luogo di pace e silenzio, ma anche di strategia e resistenza.
Ci ricongiungiamo con la strada che ci ha portato alla Malga Coltrondo la mattina e la ripercorriamo a ritroso godendoci una speciale enrosadira che ci permette di salutare il Col Quaternà con un’insolita e caratteristica pennellata rossastra in un tramonto perfetto senza nuvole. Torniamo alla macchina al passo Monte Croce Comelico ormai senza la luce del sole, dove il termometro segna già -4 gradi.
Termina così questa avventura infinita che ci ha visti protagonisti e testimoni di geologia vulcanica di milioni di anni fa, affiancati da una conformazione rocciosa più recente e immediatamente distinguibile della famosa dolomia. Abbiamo percorso storia che va dalla Serenissima, passando per la Grande Guerra fino al secondo conflitto mondiale, terminando i nostri passi nel presente. Questa escursione ha riunito una miriade di nozioni storico-naturalistiche, compresse in un anello di circa 22 km. Un dislivello di circa 1300 metri per il giro completo che è adatto per persone ben allenate. Non ci sono difficoltà tecniche e il percorso è etichettabile come itinerario E (escursionistico) ma la lunghezza e il dislivello non devono trarre in inganno. Per coloro che comunque vogliono godere del protagonista principale, il Col Quaternà, possono organizzare la partenza dalla Malga Coltrondo così da percorrere solamente 600 metri di dislivello positivo e permettere anche ad appassionati meno allenati di scoprire questi interessanti luoghi storici e naturalistici.
Un’avventura che ha pochi eguali per bellezza, quantità e varietà di luoghi da ammirare, riscoprire e portare con sé nel proprio bagaglio personale dolomitico esplorativo!

"Lo sapevi che sulle Dolomiti c’è l’unico vulcano delle Alpi? Col Quaternà”. Con queste parole il mio toscano amico Romolo mi ha fatto scattare la voglia di imparare qualcosa di più su questa vetta: intanto la sua posizione, poi la sua geologia e infine i suoi cenni storici. Il tutto si è rivelato fin da subito un bagaglio di informazioni immenso e allettante.
Che l’avventura abbia inizio!
Termometro sotto lo zero all’arrivo al Passo Monte Croce Comelico al confine tra Veneto e Trentino Alto Adige. Assieme a me oggi ci sono Enrico ed Angelo per formare un gruppo esplorativo su questa montagna inedita. L’obiettivo di giornata è il Col Quaternà, un vecchio camino vulcanico ancora oggi facilmente riconoscibile dalla sua sagoma a punta. Da qui ancora non lo possiamo ammirare e quindi intraprendiamo la via di salita sulla traccia CAI 131 proprio in corrispondenza del parcheggio del Passo.
L’ampia strada sterrata procede in leggera salita all’interno di un bosco di larici ed abeti, superiamo la chiesetta di St. Michel e procediamo fino ad un bivio con chiare indicazioni per la Malga Coltrondo. Qui cambiamo traccia su CAI 149 dove perdiamo diverse decine di metri di dislivello in una inaspettata discesa. Dopo un tornante verso destra, ecco apparire la sagoma del Col Quaternà: sembra molto distante, la sua punta sembra inarrivabile visto quanto è aguzza. Ritorniamo nel bosco lottando tra ragnatele tese tra gli abeti, superiamo un grazioso ponte in legno reso ancora più caratteristico con la coltre di neve che sta imbiancando il tragitto e arriviamo in breve al lago dei Rospi: una chiazza d’acqua, ora ghiacciata, tipico ritrovo per i rospi che popolano questi ruscelli che compongono l’intorno.
  Proseguiamo sul sentiero e, dopo una nuova discesa, ecco che ci immettiamo nella strada asfaltata che porta alla Malga. Ed eccola in breve proprio davanti a noi, chiusa in questo periodo, ma luogo comodo in estate per arrivare fin qui con l’auto e risparmiarsi circa 1h di camminata e oltre 250 metri di dislivello. Degne di nota le tipiche vacche scozzesi “Highlander” che assopite ancora dal torpore del sonno, con il loro pelame lungo, folto e ispido, ci scrutano sottecchi presentandoci le loro immense corna simmetriche. Una foto con lo sfondo dolomitico è d’obbligo.
Continuiamo sulla strada e in breve eccoci al rifugio Rinfreddo, anch’esso chiuso in questa stagione. Luogo facile da raggiungere per chiunque grazie alla possibilità di parcheggio alla malga appena lasciata. La vista da qui comincia ad essere davvero apprezzabile con le Dolomiti di Sesto, le cime di Auronzo (o meglio di Padova da questo versante) e il Popera. 
Continuiamo la salita fino a raggiungere quota 2000 metri dove siamo evidentemente alla base del camino vulcanico del Col Quaternà. È incredibile come la conformazione di questo luogo sia incredibilmente differente rispetto ad uno sguardo alle nostre spalle: la roccia dolomitica sedimentaria si staglia da una parte, mentre davanti ai nostri occhi c’è una conformazione completamente differente. Osserviamo rocce di colore scuro, spesso attraversate da venature di selce bianca e caratterizzate dal tipico aspetto “a foglietti”. Da qui in poi si possono incontrare lungo gran parte del percorso e rappresentano antichissime sabbie e limi deposti in un mare poco profondo, poi consolidati nel tempo fino a trasformarsi in arenarie. Sono rocce molto più antiche delle nostre amate Dolomiti.
I rododendri, ora sfioriti, sembrano sorreggere la piramide sommitale della cima: si tratta di un antico camino vulcanico (neck), costituito da una roccia lavica più resistente rispetto a quella del vulcano che lo circondava. Con il passare del tempo, le rocce più friabili del cono vulcanico si sono erose, lasciando emergere soltanto il nucleo centrale: il camino, che oggi raggiunge i 2503 metri di quota. È rimasto attivo per un periodo compreso tra due e tre milioni di anni, circa 290 milioni di anni fa. L’attività, probabilmente discontinua, fu di tipo andesitico nelle fasi finali, come dimostrano le rocce che colmano il condotto vulcanico.
A quota 2053, invece che salire diretti verso la cima attraverso la Valle delle Pere, seguiamo il sentiero tracciato dalla segnaletica CAI 173 che si arrampica a zig-zag su carrareccia sterrata. Saliamo rapidamente di quota e la croce di vetta del colle si fa sempre più visibile. Il panorama diventa sempre più ampio, maestoso e ci fornisce un’anteprima di quanto ci attenderà in vetta. Raggiunti i 2379 metri siamo sulla Sella de Quaternà, dove intersechiamo la traccia di cresta della Costa della Spina. Questo caratteristico tracciato permette di attraversare il Monte Spina che sovrasta Padova e Dosoledo e si congiunge, con un susseguirsi di cime affilate, alla posizione in cui siamo in questo momento.  Siamo in corrispondenza del tratto finale che porta alla croce di vetta e si può già intravvedere tra le rocce. Al nostro fianco ecco spuntare una madonnina che protegge questi luoghi sacri che hanno visto un susseguirsi di soldati e volontari sacrificarsi per la Patria durante la Grande Guerra. Proprio qui Il 13 luglio 1987, Papa Giovanni Paolo II percorse questa via che conduce alla cima del monte. La statuetta della Madonna, installata nel 1967, è accompagnata dalla dedica: “A Maria, Regina delle vette e della pace”.
Intraprendiamo l’ultimo tratto di sentiero ben visibile tra i resti silenziosi delle fortificazioni e delle trincee risalenti alla Grande Guerra. Pietre consumate dal tempo e muretti diroccati raccontano la presenza dei soldati che qui combatterono e resistettero. L’ultima parte che preannuncia la vetta è caratterizzata da piccoli pezzi franosi e instabili ma mai pericolosi o difficili. Ed ecco, davanti a noi la maestosa croce, il panorama si distende davanti ai nostri occhi: cima del col Quaternà! 



Data

08-11-2025

Distanza

22.58 KM

Tipo escursione

Escursione

Dislivello

1300 mt

  • Montagna

    Col Quaternà

  • Indirizzo

    Passo Monte croce di Comelico - Veneto, Alto Adige

  • Altitudine

    2560.00 m

  • Rifugi

    Malga Coltrondo, Rifugio Rinfreddo

  • Informazioni

    Malga Coltrondo Rifugio Rinfreddo

La croce di vetta custodisce una lapide in memoria dei caduti della Prima Guerra Mondiale, un segno discreto ma toccante che invita al raccoglimento davanti alla storia e al sacrificio di chi non tornò più. È facile intuire come questa montagna potesse avere un ruolo strategico durante la Prima Guerra Mondiale. Dalla sua sommità, le truppe italiane potevano abbracciare con lo sguardo l’intero anfiteatro delle Dolomiti di Sesto, osservando i movimenti nemici e coordinando le operazioni militari. Questo colle, sospeso tra silenzio e vastità, fu allora un osservatorio naturale d’eccezione, da cui lo sguardo si perdeva tra le vette, oggi pacifiche, un tempo teatro di guerra. Ed eccole davanti a noi queste meraviglie: guardando a Sud riconosciamo le vette di Auronzo dell’Ajarnola e la Croda da Campo, risaliamo con la Cima di Padova, Cima Bagni, la Croda dei Toni che spunta dietro alle pareti del Popera, fino alla maestosa Croda Rossa di Sesto. Volgendo lo sguardo a Nord-Ovest ecco il Monte Elmo, la montagna del Ferro dinnanzi a noi, i Frugnoni, continuando verso Nord-Est ecco il Monte Cavallino e le Alpi Carniche che si susseguono in una catena infinita. La vista a 360 gradi si chiude sulla caratteristica Costa della Spina citata precedentemente. Godiamo di questa vista incredibile puntando lo sguardo verso la cima Frugnoni a Nord: lì c’è il confine Italia-Austria e vorremmo provare a raggiungerlo.
Scriviamo una piccola dedica sul libro di vetta per contrassegnare il nostro passaggio e scendiamo dalla stessa via di salita. Arrivati alla Sella del Quaternà, voltiamo alla nostra sinistra in direzioni Nord costeggiando di fatto le pendici del Col Quaternà e aggirandolo fino ad arrivare in breve al Passo Silvella su traccia CAI 148. Possiamo vedere il percorso in salita che porta ai Frugnoni con un sentiero a zig-zag cosparso di neve residua. Sotto un sole che scalda come in agosto, procediamo sul sentiero CAI 160 in direzione della seconda cima di giornata. L’obiettivo è una semplice scorribanda sul confine nazionale. La discesa e la successiva risalita ci fanno macinare altri 200 metri di dislivello, e dopo i 900 metri già fatti per arrivare al Col Quaternà, si fanno sentire. Raggiungiamo l’ultimo tornante che volge alla Sella dei Frugnoni a quota 2539 su un pianoro ricoperto di neve. Sprofondiamo inesorabilmente in alcuni punti in cui la coltre è stata spostata dal vento che qui deve sferzare in modo abbastanza marcato. Scegliamo quindi di intraprendere la cresta che ci porta qualche decina di metri più in alto dove troviamo una piccola trincea che guarda verso l’Austria. Da qui lo sguardo abbraccia Italia e Austria riportando la mente alla Grande Guerra, infatti voltando lo sguardo verso la terra natia ecco che rispunta il mitico Col Quaternà appena lasciato e, da qui, è nettamente visibile la dorsale occidentale del massiccio, conosciuta come Cresta di Vallorèra. Questa venne conquistata il 20 maggio 1915 dalla 68ª Compagnia del Battaglione Cadore. Due giorni più tardi un altro plotone raggiunse la vetta, dove entrambi i reparti si fortificarono, scavando trincee e consolidando le posizioni. Riportando lo sguardo nel Paese asburgico, ecco che si nota lo specchio d’acqua strategico e fondamentale del Lago Obstanser, da cui entrambe le fazioni si approvvigionavano d’acqua. In quell’area e sulla Montagna del Ferro, che vediamo alla nostra sinistra molto vicina, gli austriaci rafforzarono la propria presenza, seguiti dagli italiani, che si disposero lungo la linea Frugnoni–Vanscuro, poco distante da dove siamo noi in questo momento. Il 31 maggio del 1915, gli Standschützen attaccarono di sorpresa questo fronte e, con un colpo mirato, distrussero le postazioni italiane sul Col Quaternà. I pochi superstiti furono costretti a ritirarsi. I combattimenti nella zona proseguirono ancora a lungo, causando numerose vittime, con gli italiani che pagarono il prezzo più alto.
Torniamo sui nostri passi, percorriamo a ritroso la traccia sassosa dell’andata fino a ricongiungerci nuovamente al passo Silvella. Intraprendiamo così la traccia CAI 146 per ritornare al Passo Monte Croce Comelico compiendo un ampio anello che abbraccia il Col Quaternà e per esplorare la Vallorera. Una volta terminati una serie di otto tornanti, questa valle si rivela davvero amena: allieta l’escursionista con lo sciabordio dei numerosi ruscelli che scendono dalle Pale del Decano e si riversano tutti a formare il Torrente Padula (o Grenzbach). Superiamo una cascina graziosissima (Hirtenhutte) che, con il sole che comincia a scendere, regala uno scorcio magico. A quota 1938 troviamo una chiara divisione che ci invita ad addentrarci nella vicina macchia boscosa, traccia CAI 156, che lasciamo quasi immediatamente per percorrere la via CAI 1753 che taglia la valle da Nord-Est a Sud-Ovest intersecando di fatto il torrente Padola e l’attuale confine tra Veneto e Alto Adige. 
Ma perchè questo sentiero è denominato 1753? È presto detto: il Sentiero 1753 è un progetto transfrontaliero dedicato al recupero dell’antico confine tra la Serenissima e l’Impero Asburgico, stabilito con il Trattato di Rovereto del 1753. Infatti sul percorso che stiamo percorrendo ci imbattiamo in diversi cippi storici. Alcuni di questi risultano essere alti oltre il metro e presentano particolari incisioni scolpite con il riconoscibilissimo numero 1753.
La progressione nel bosco ci regala anche un’ambientazione da favola con alcune zone completamente ricoperte da cristalli di ghiaccio e i rami degli alberi completamente imbiancati. In alcuni punti, in presenza di queste giornate rigide, è necessario prestare attenzione per evitare di scivolare soprattutto nel sottobosco. 
Ma le sorprese non sono ancora finite. All’improvviso, mentre la radura si apre davanti a noi, coperta da una soffice distesa di neve, lo sguardo viene catturato da una massiccia struttura in muratura che emerge dal bianco silenzio: imponente, perfettamente mimetizzata tra rocce e pendii, tanto da sembrare parte stessa della montagna. Davanti a noi si rivela il bunker del Vallo Alpino Littorio, una fortificazione monumentale appartenente al vasto sistema difensivo voluto dal regime fascista alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale per proteggere i confini italiani. Realizzato in calcestruzzo armato, in parte interrato o scavato nella roccia, il bunker custodiva al suo interno postazioni per mitragliatrici, alloggiamenti per la truppa e magazzini, testimonianza ormai muta e abbandonata di un’epoca in cui la montagna non era, di nuovo dopo la Grande Guerra (!) solo luogo di pace e silenzio, ma anche di strategia e resistenza.
Ci ricongiungiamo con la strada che ci ha portato alla Malga Coltrondo la mattina e la ripercorriamo a ritroso godendoci una speciale enrosadira che ci permette di salutare il Col Quaternà con un’insolita e caratteristica pennellata rossastra in un tramonto perfetto senza nuvole. Torniamo alla macchina al passo Monte Croce Comelico ormai senza la luce del sole, dove il termometro segna già -4 gradi.
Termina così questa avventura infinita che ci ha visti protagonisti e testimoni di geologia vulcanica di milioni di anni fa, affiancati da una conformazione rocciosa più recente e immediatamente distinguibile della famosa dolomia. Abbiamo percorso storia che va dalla Serenissima, passando per la Grande Guerra fino al secondo conflitto mondiale, terminando i nostri passi nel presente. Questa escursione ha riunito una miriade di nozioni storico-naturalistiche, compresse in un anello di circa 22 km. Un dislivello di circa 1300 metri per il giro completo che è adatto per persone ben allenate. Non ci sono difficoltà tecniche e il percorso è etichettabile come itinerario E (escursionistico) ma la lunghezza e il dislivello non devono trarre in inganno. Per coloro che comunque vogliono godere del protagonista principale, il Col Quaternà, possono organizzare la partenza dalla Malga Coltrondo così da percorrere solamente 600 metri di dislivello positivo e permettere anche ad appassionati meno allenati di scoprire questi interessanti luoghi storici e naturalistici.
Un’avventura che ha pochi eguali per bellezza, quantità e varietà di luoghi da ammirare, riscoprire e portare con sé nel proprio bagaglio personale dolomitico esplorativo!



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Difficoltà

Escursionisti - Itinerari su sentieri od evidenti tracce in terreno di vario genere (pascoli, detriti, pietraie...). Sono generalmente segnalati con vernice od ometti (pietre impilate a forma piramidale che permettono di individuare il percorso anche da lontano). Possono svolgersi anche in ambienti innevati ma solo lievemente inclinati. Richiedono attrezzatura ed una sufficiente capacità di orientamento, allenamento alla camminata anche per qualche ora.



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