Dettagli
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Tipo escursioneEscursione
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DifficoltàE
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Distanza21.27 KM
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Altitudine MIN1370.00 mt
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Dislivello +1400 mt
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Parcheggio
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Paesaggio





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Int. storico





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Durata7h
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Altitudine MAX2770.00 mt
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Dislivello --1400 mt
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Tipo escursioneEscursione
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DifficoltàE
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Distanza21.27 KM
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Altitudine MIN1370.00 mt
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Altitudine MAX2770.00 mt
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Dislivello +1400 mt
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Dislivello --1400 mt
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Durata7h
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Paesaggio





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Int. storico





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Parcheggio
Poco prima delle 3 sono a Muncion, Pera di Fassa, e mi preparo nel buio più totale. Accendo la frontale e parto in direzione della carrareccia asfaltata contrassegnata con il segnavia CAI 43.
La giornata di oggi ha un duplice obiettivo: la mia prima escursione in notturna, per godere dell’alba al cospetto della montagna che ha dato origine all’enrosadira, il Catinaccio; e il ricongiungimento con la combriccola composta da Enrico, Mattia e Federico, che stanno dormendo al rifugio Passo Principe e attendono la mia sveglia per proseguire verso l’Antermoia.
Comincia a gocciolare, anche se non erano previste precipitazioni. La temperatura è di 8 gradi e, con la flebile luce della frontale, proseguo nell’oscurità. Intravedo ai lati la vegetazione e, davanti a me, la strada asfaltata. Camminare nel buio più totale, senza punti di riferimento, è un po’ spiazzante. Fortunatamente la strada è ampia e non è possibile sbagliare.
Dopo circa mezz’ora di cammino ininterrotto, mantenendo un passo sostenuto, volgo lo sguardo a sinistra tra gli alberi e noto due puntini gialli accesissimi che paiono fari! Quegli occhi piccoli e lucenti mi seguono: cerco il cellulare per immortalare il momento e, mentre registro, vedo che l’animale non è più nel bosco ma già sulla strada, dietro di me, e continua a fissarmi… Immagino sia una volpe o comunque un animale di piccola taglia, ma non ho voglia di fare conoscenza, quindi accelero il passo: questa situazione mi ha dato una bella scossa.
In circa un’ora dal parcheggio raggiungo il rifugio Gardeccia. Immerso nel buio, tutti dormono; continuo senza fermarmi per non raffreddarmi, visto che pioviggina ancora. Un aneddoto: il rifugio è stato arrivo di tappa del Giro d’Italia due volte, nel 1976 e nel 2011, rispettivamente nella Longarone-Gardeccia (vittoria di Gandarias) e nella Conegliano-Gardeccia (tappa a Nieve, maglia rosa Contador/M. Scarponi).
La salita ora si fa più decisa, su strada diventata ghiaiosa e leggermente ridimensionata a sentiero, anche se ancora molto ampia. Compio un paio di tornanti e il mio unico punto di riferimento è il cerchio luminoso della frontale: non ci sono più alberi ai lati, ma noto un dirupo franoso alla mia destra, scavato dall’acqua del Ruf de Soal. Finalmente smette di piovere e comincio già ad asciugarmi dalla leggera bagnata.
Di buona lena, in circa 30 minuti raggiungo i rifugi Vajolet e Preuss. Il rifugio Vajolet, imponente, si staglia davanti a me; lo illumino con la frontale e penso di aver svegliato qualcuno all’interno… Non mi soffermo su di lui, già ampiamente conosciuto e blasonato; mi concentro invece sul Preuss: costruito negli anni Venti da Tita Piaz (il celebre “Diavolo delle Dolomiti”) in ricordo dell’amico alpinista austriaco Paul Preuss. Sorge in posizione spettacolare, su uno sperone roccioso a pochi metri dal Vajolet, e serviva come appoggio per le scalate guidate da Piaz. Un aneddoto: la SAT (Società Alpinisti Tridentini) tentò di impedire il progetto ostacolando la fornitura d’acqua e il collegamento telefonico, ma Piaz portò a termine l’opera nonostante le difficoltà.
Cambio le batterie della frontale per non restare al buio sul più bello e riparto. Poco più avanti, una serie di segnaletiche CAI indica il rifugio Re Alberto, sopra di me, in direzione delle Torri del Vajolet, le cui guglie riesco a distinguere anche al buio. Infatti cominciano i primi bagliori, alle 4:30 passate. Lascio il segnavia CAI 546 e imbocco il CAI 584 verso la mia meta.
Il sentiero si restringe, ma non presenta pericoli e si segue facilmente anche nell’oscurità. Accanto a me si apre l’ampio e sempre più alto avvallamento della Val de Vaiolet con i suoi ghiaioni.
Alle 5 in punto arrivo al cospetto del rifugio Passo Principe, ancora avvolto nella notte. In due ore esatte ho coperto i 1070 metri di dislivello dal parcheggio. Trovo un posto comodo e riparato tra le rocce per prepararmi a vedere l’alba. Qui soffia molto vento e il termometro segna 1 grado! Fortunatamente ho con me un bel piumino caldo, guanti e berretto di lana.
La luce del crepuscolo cresce, colorando prima di grigio e poi, via via, di rosa tenue la dolomia del Catinaccio. Sono felice di godere dell’alba in questo luogo iconico delle Dolomiti, che unisce bellezza e magia grazie alla leggenda di Re Laurino.
È una delle leggende più famose delle Dolomiti: Re Laurino, sovrano di un popolo di nani che viveva tra le rocce del Catinaccio, possedeva un magnifico giardino di rose e due armi magiche, una cintura che gli dava la forza di dodici uomini e una cappa che lo rendeva invisibile.
Escluso da un torneo al quale era invitato il principe del Latemar, Laurino si travestì da invisibile e, spinto da una lite amorosa, rapì la principessa Similde (o Ladina, in alcune versioni). I cavalieri lo inseguirono fino al giardino e lo catturarono, smascherando la sua invisibilità grazie alle rose che si muovevano sotto i suoi passi.
In preda all’ira, Laurino maledisse il giardino affinché non potesse essere visto né di giorno né di notte, dimenticando però l’alba e il tramonto. Da allora, al sorgere e al calar del sole, il Catinaccio si illumina di una splendida luce rosata: l’enrosadira!
Dopo un’ora al freddo, il cielo si colora di un azzurro acceso; le ultime nubi della notte si diradano. I gracchi si svegliano, si richiamano e volteggiano tra il Rosengarten e il Catinaccio di Antermoia alle mie spalle. In questa danza di uccelli, vento e colori, i primi raggi del sole colpiscono il Catinaccio, mostrando le rose di Re Laurino: una timida enrosadira che regala una cartolina capace di ripagare tutte le fatiche della notte.
Verso le 6:30 si svegliano anche i ragazzi della combriccola; ci ritroviamo al rifugio per la colazione e io mi godo un buon tè caldo dopo un’ora e mezza al gelo. Ci ricomponiamo e iniziamo la seconda parte dell’escursione in direzione del Passo d’Antermoia, seguendo la traccia CAI 584. Costeggiamo il Catinaccio d’Antermoia passando proprio sotto le sue pareti verticali giallo-nere. Sopra di noi corre la ferrata che attraversa da Ovest a Est il Catinaccio e si ricongiunge al sentiero che stiamo percorrendo. La via che conduce al Passo d’Antermoia (o Pas de Antermoa) si sviluppa su traccia franosa, attraversando un paio di impluvi dove il percorso è stato sistemato con attenzione. Tecnicamente mai difficile, richiede però di seguire fedelmente la traccia segnalata per evitare tratti instabili. In breve raggiungiamo una sella che, pur non essendo ancora il passo, regala già una vista magnifica sul Catinaccio-Rosengarten, le Torri del Vajolet, la Cima Vajolet e, in lontananza, le vette innevate del Cevedale.
In pochi minuti dalla sella, e in circa 40 minuti dal Rifugio Passo Principe, raggiungiamo il punto più alto della giornata: i 2770 metri del Passo d’Antermoia, dove un vento gelido sferza rocce e sentieri imbiancati dalla nevicata della sera precedente.
Proseguiamo in discesa sempre sul CAI 584, su un tracciato reso insidioso dal sottile strato di neve che, con il vento freddo, si è ghiacciato, rendendo alcuni punti scivolosi e imprevedibili. In circa mezz’ora entriamo nell’ampio e maestoso Valon de Antermoia, uno scenario dolomitico da cartolina in cui ci sentiamo minuscoli.
Appaiono le prime cime: la Torre del Lago, la Croda del Lago e la Cresta del Lago, segnali che il Lago di Antermoia è ormai vicino. E infatti eccolo: acque cristalline di un verde acqua ammaliante. Anche se ridimensionato rispetto alla sua massima portata, il lago regala comunque una vista incantevole, imperdibile per ogni amante della montagna.
Seguiamo il sentiero verso Est fino al vicino Rifugio Antermoia, che svetta in un anfiteatro dolomitico senza eguali. Pausa d’obbligo per un tiramisù eccezionale, poi riprendiamo la discesa verso Pera di Fassa. Dal Rifugio Passo Principe a qui abbiamo impiegato poco più di 2 ore. Ora il sentiero da seguire è il CAI 580, in direzione del Passo de Dona.
Il Ruf de Antermoia sembra sgorgare dal rifugio, regalando un panorama quasi fiabesco. In pochi minuti raggiungiamo il Pas de Dona (o Mantello) a 2516 metri. Anche qui soffia un venticello frizzante e ci viene l’idea di salire sul dosso erboso di fronte a noi: il Monte Mantel (o Mantello). Non esiste un vero e proprio sentiero, ma la traccia è evidente e consente di salire lungo una cresta erbosa punteggiata di rocce chiare. La fatica è ripagata da un panorama spettacolare: Sassolungo, Sasso Piatto, il gruppo del Sella con il Piz Boè, la Marmolada di fronte e, in lontananza, le Pale di San Martino di Castrozza. Ai nostri piedi si apre la verde Val de Dona, punteggiata di piccole e graziose baite. All’apice, una piramide di pietre segna la sommità di questa cima poco conosciuta, ma per me tappa imprescindibile. Il crinale, sempre più sassoso, si protende verso la Val di Fassa, offrendo una vista sottostante unica.
Torniamo sui nostri passi e scendiamo su traccia ghiaiosa e agevole fino al bivio a quota 2300 metri, dove deviamo verso Mazzin raggiungendo il Pian da le Gialine. Al termine del pianoro, una nuova deviazione ci porta a sud nella Valle de Udal, già da qui splendida, con una finestra naturale sull’abitato di Mazzin.
Il sentiero scende deciso lungo una scanalatura terrosa affiancata da balze erbose, con il torrente Ruf de Udal che scorre vivace al nostro fianco. È un percorso simpatico e vario, mai monotono, con scorci degni delle più blasonate valli alpine: cascatelle, ruscelletti, fiori colorati, grotte e pareti a picco paragonabili, in miniatura, allo Yosemite americano.
A quota 1650 metri, dopo circa 2 ore dal Rifugio Antermoia, giungiamo all’ultimo bivio di giornata: imbocchiamo il CAI 579 verso Muncion e, in circa 30 minuti, ritorniamo al parcheggio da cui eravamo partiti la notte precedente.
Si conclude così questa insolita avventura, la mia prima escursione notturna: un “Catinaccio by night” che mi ha permesso di vivere la leggendaria enrosadira sul Rosengarten. Un itinerario nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa adatto a escursionisti con un minimo di allenamento. La presenza di numerosi rifugi a diverse altitudini consente di pianificare tappe intermedie senza dover completare l’intero anello in un solo giorno. Un’esperienza rigenerante per cuore e mente, tra rocce, corsi d’acqua, laghi, rifugi e rilassanti prati verdeggianti.
È mezzanotte del 3 agosto e parto per la Val di Fassa. Non è una partenza intelligente, come si potrebbe immaginare, ma è l’orario giusto per raggiungere la partenza in tempo per la notturna al Catinaccio!
Poco prima delle 3 sono a Muncion, Pera di Fassa, e mi preparo nel buio più totale. Accendo la frontale e parto in direzione della carrareccia asfaltata contrassegnata con il segnavia CAI 43.
La giornata di oggi ha un duplice obiettivo: la mia prima escursione in notturna, per godere dell’alba al cospetto della montagna che ha dato origine all’enrosadira, il Catinaccio; e il ricongiungimento con la combriccola composta da Enrico, Mattia e Federico, che stanno dormendo al rifugio Passo Principe e attendono la mia sveglia per proseguire verso l’Antermoia.
Comincia a gocciolare, anche se non erano previste precipitazioni. La temperatura è di 8 gradi e, con la flebile luce della frontale, proseguo nell’oscurità. Intravedo ai lati la vegetazione e, davanti a me, la strada asfaltata. Camminare nel buio più totale, senza punti di riferimento, è un po’ spiazzante. Fortunatamente la strada è ampia e non è possibile sbagliare.
Dopo circa mezz’ora di cammino ininterrotto, mantenendo un passo sostenuto, volgo lo sguardo a sinistra tra gli alberi e noto due puntini gialli accesissimi che paiono fari! Quegli occhi piccoli e lucenti mi seguono: cerco il cellulare per immortalare il momento e, mentre registro, vedo che l’animale non è più nel bosco ma già sulla strada, dietro di me, e continua a fissarmi… Immagino sia una volpe o comunque un animale di piccola taglia, ma non ho voglia di fare conoscenza, quindi accelero il passo: questa situazione mi ha dato una bella scossa.
In circa un’ora dal parcheggio raggiungo il rifugio Gardeccia. Immerso nel buio, tutti dormono; continuo senza fermarmi per non raffreddarmi, visto che pioviggina ancora. Un aneddoto: il rifugio è stato arrivo di tappa del Giro d’Italia due volte, nel 1976 e nel 2011, rispettivamente nella Longarone-Gardeccia (vittoria di Gandarias) e nella Conegliano-Gardeccia (tappa a Nieve, maglia rosa Contador/M. Scarponi).
La salita ora si fa più decisa, su strada diventata ghiaiosa e leggermente ridimensionata a sentiero, anche se ancora molto ampia. Compio un paio di tornanti e il mio unico punto di riferimento è il cerchio luminoso della frontale: non ci sono più alberi ai lati, ma noto un dirupo franoso alla mia destra, scavato dall’acqua del Ruf de Soal. Finalmente smette di piovere e comincio già ad asciugarmi dalla leggera bagnata.
Di buona lena, in circa 30 minuti raggiungo i rifugi Vajolet e Preuss. Il rifugio Vajolet, imponente, si staglia davanti a me; lo illumino con la frontale e penso di aver svegliato qualcuno all’interno… Non mi soffermo su di lui, già ampiamente conosciuto e blasonato; mi concentro invece sul Preuss: costruito negli anni Venti da Tita Piaz (il celebre “Diavolo delle Dolomiti”) in ricordo dell’amico alpinista austriaco Paul Preuss. Sorge in posizione spettacolare, su uno sperone roccioso a pochi metri dal Vajolet, e serviva come appoggio per le scalate guidate da Piaz. Un aneddoto: la SAT (Società Alpinisti Tridentini) tentò di impedire il progetto ostacolando la fornitura d’acqua e il collegamento telefonico, ma Piaz portò a termine l’opera nonostante le difficoltà.
Cambio le batterie della frontale per non restare al buio sul più bello e riparto. Poco più avanti, una serie di segnaletiche CAI indica il rifugio Re Alberto, sopra di me, in direzione delle Torri del Vajolet, le cui guglie riesco a distinguere anche al buio. Infatti cominciano i primi bagliori, alle 4:30 passate. Lascio il segnavia CAI 546 e imbocco il CAI 584 verso la mia meta.
Il sentiero si restringe, ma non presenta pericoli e si segue facilmente anche nell’oscurità. Accanto a me si apre l’ampio e sempre più alto avvallamento della Val de Vaiolet con i suoi ghiaioni.
Alle 5 in punto arrivo al cospetto del rifugio Passo Principe, ancora avvolto nella notte. In due ore esatte ho coperto i 1070 metri di dislivello dal parcheggio. Trovo un posto comodo e riparato tra le rocce per prepararmi a vedere l’alba. Qui soffia molto vento e il termometro segna 1 grado! Fortunatamente ho con me un bel piumino caldo, guanti e berretto di lana.
La luce del crepuscolo cresce, colorando prima di grigio e poi, via via, di rosa tenue la dolomia del Catinaccio. Sono felice di godere dell’alba in questo luogo iconico delle Dolomiti, che unisce bellezza e magia grazie alla leggenda di Re Laurino.
È una delle leggende più famose delle Dolomiti: Re Laurino, sovrano di un popolo di nani che viveva tra le rocce del Catinaccio, possedeva un magnifico giardino di rose e due armi magiche, una cintura che gli dava la forza di dodici uomini e una cappa che lo rendeva invisibile.
Escluso da un torneo al quale era invitato il principe del Latemar, Laurino si travestì da invisibile e, spinto da una lite amorosa, rapì la principessa Similde (o Ladina, in alcune versioni). I cavalieri lo inseguirono fino al giardino e lo catturarono, smascherando la sua invisibilità grazie alle rose che si muovevano sotto i suoi passi.
In preda all’ira, Laurino maledisse il giardino affinché non potesse essere visto né di giorno né di notte, dimenticando però l’alba e il tramonto. Da allora, al sorgere e al calar del sole, il Catinaccio si illumina di una splendida luce rosata: l’enrosadira!
Dopo un’ora al freddo, il cielo si colora di un azzurro acceso; le ultime nubi della notte si diradano. I gracchi si svegliano, si richiamano e volteggiano tra il Rosengarten e il Catinaccio di Antermoia alle mie spalle. In questa danza di uccelli, vento e colori, i primi raggi del sole colpiscono il Catinaccio, mostrando le rose di Re Laurino: una timida enrosadira che regala una cartolina capace di ripagare tutte le fatiche della notte.
Verso le 6:30 si svegliano anche i ragazzi della combriccola; ci ritroviamo al rifugio per la colazione e io mi godo un buon tè caldo dopo un’ora e mezza al gelo.
Data
03-08-2025
Distanza
21.27 KM
Tipo escursione
Escursione
Dislivello
1400 mt
- Montagna
Gruppo del Catinaccio
- Indirizzo
Muncion, Val di Fassa, Trentino Alto Adige
- Altitudine
2770.00 m
- Rifugi
Rifugio Gardeccia, rifugio Vajolet, rifugio Preuss, rifugio Passo Principe, rifugio Antermoia
- Informazioni
Ci ricomponiamo e iniziamo la seconda parte dell’escursione in direzione del Passo d’Antermoia, seguendo la traccia CAI 584. Costeggiamo il Catinaccio d’Antermoia passando proprio sotto le sue pareti verticali giallo-nere. Sopra di noi corre la ferrata che attraversa da Ovest a Est il Catinaccio e si ricongiunge al sentiero che stiamo percorrendo.
La via che conduce al Passo d’Antermoia (o Pas de Antermoa) si sviluppa su traccia franosa, attraversando un paio di impluvi dove il percorso è stato sistemato con attenzione. Tecnicamente mai difficile, richiede però di seguire fedelmente la traccia segnalata per evitare tratti instabili. In breve raggiungiamo una sella che, pur non essendo ancora il passo, regala già una vista magnifica sul Catinaccio-Rosengarten, le Torri del Vajolet, la Cima Vajolet e, in lontananza, le vette innevate del Cevedale.
In pochi minuti dalla sella, e in circa 40 minuti dal Rifugio Passo Principe, raggiungiamo il punto più alto della giornata: i 2770 metri del Passo d’Antermoia, dove un vento gelido sferza rocce e sentieri imbiancati dalla nevicata della sera precedente.
Proseguiamo in discesa sempre sul CAI 584, su un tracciato reso insidioso dal sottile strato di neve che, con il vento freddo, si è ghiacciato, rendendo alcuni punti scivolosi e imprevedibili. In circa mezz’ora entriamo nell’ampio e maestoso Valon de Antermoia, uno scenario dolomitico da cartolina in cui ci sentiamo minuscoli.
Appaiono le prime cime: la Torre del Lago, la Croda del Lago e la Cresta del Lago, segnali che il Lago di Antermoia è ormai vicino. E infatti eccolo: acque cristalline di un verde acqua ammaliante. Anche se ridimensionato rispetto alla sua massima portata, il lago regala comunque una vista incantevole, imperdibile per ogni amante della montagna.
Seguiamo il sentiero verso Est fino al vicino Rifugio Antermoia, che svetta in un anfiteatro dolomitico senza eguali. Pausa d’obbligo per un tiramisù eccezionale, poi riprendiamo la discesa verso Pera di Fassa. Dal Rifugio Passo Principe a qui abbiamo impiegato poco più di 2 ore. Ora il sentiero da seguire è il CAI 580, in direzione del Passo de Dona.
Il Ruf de Antermoia sembra sgorgare dal rifugio, regalando un panorama quasi fiabesco. In pochi minuti raggiungiamo il Pas de Dona (o Mantello) a 2516 metri. Anche qui soffia un venticello frizzante e ci viene l’idea di salire sul dosso erboso di fronte a noi: il Monte Mantel (o Mantello). Non esiste un vero e proprio sentiero, ma la traccia è evidente e consente di salire lungo una cresta erbosa punteggiata di rocce chiare.
La fatica è ripagata da un panorama spettacolare: Sassolungo, Sasso Piatto, il gruppo del Sella con il Piz Boè, la Marmolada di fronte e, in lontananza, le Pale di San Martino di Castrozza. Ai nostri piedi si apre la verde Val de Dona, punteggiata di piccole e graziose baite. All’apice, una piramide di pietre segna la sommità di questa cima poco conosciuta, ma per me tappa imprescindibile. Il crinale, sempre più sassoso, si protende verso la Val di Fassa, offrendo una vista sottostante unica.
Torniamo sui nostri passi e scendiamo su traccia ghiaiosa e agevole fino al bivio a quota 2300 metri, dove deviamo verso Mazzin raggiungendo il Pian da le Gialine. Al termine del pianoro, una nuova deviazione ci porta a sud nella Valle de Udal, già da qui splendida, con una finestra naturale sull’abitato di Mazzin.
Il sentiero scende deciso lungo una scanalatura terrosa affiancata da balze erbose, con il torrente Ruf de Udal che scorre vivace al nostro fianco. È un percorso simpatico e vario, mai monotono, con scorci degni delle più blasonate valli alpine: cascatelle, ruscelletti, fiori colorati, grotte e pareti a picco paragonabili, in miniatura, allo Yosemite americano.
A quota 1650 metri, dopo circa 2 ore dal Rifugio Antermoia, giungiamo all’ultimo bivio di giornata: imbocchiamo il CAI 579 verso Muncion e, in circa 30 minuti, ritorniamo al parcheggio da cui eravamo partiti la notte precedente.
Si conclude così questa insolita avventura, la mia prima escursione notturna: un “Catinaccio by night” che mi ha permesso di vivere la leggendaria enrosadira sul Rosengarten. Un itinerario nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa adatto a escursionisti con un minimo di allenamento. La presenza di numerosi rifugi a diverse altitudini consente di pianificare tappe intermedie senza dover completare l’intero anello in un solo giorno. Un’esperienza rigenerante per cuore e mente, tra rocce, corsi d’acqua, laghi, rifugi e rilassanti prati verdeggianti.
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DifficoltàEscursionisti - Itinerari su sentieri od evidenti tracce in terreno di vario genere (pascoli, detriti, pietraie...). Sono generalmente segnalati con vernice od ometti (pietre impilate a forma piramidale che permettono di individuare il percorso anche da lontano). Possono svolgersi anche in ambienti innevati ma solo lievemente inclinati. Richiedono attrezzatura ed una sufficiente capacità di orientamento, allenamento alla camminata anche per qualche ora. |