Via Normale al Civetta

Storia, ferrata e panorami: racconto completo della mia esperienza fino ai 3.220 m

Dettagli

  • hike_type Tipo escursione

    Alpinismo

  • hike_difficult Difficoltà

    EEA

  • hike_distance Distanza

    14.01 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    1420.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1800 mt

  • parking Parcheggio

    Vai a GMaps

  • landscape Paesaggio

    star

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  • historical interest Int. storico

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    star empty

  • duration Durata

    10h

  • altitude_max Altitudine MAX

    3220.00 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1800 mt

  • hike_type Tipo escursione

    Alpinismo

  • hike_difficult Difficoltà

    EEA

  • hike_distance Distanza

    14.01 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    1420.00 mt

  • altitude_max Altitudine MAX

    3220.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1800 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1800 mt

  • duration Durata

    10h

  • landscape Paesaggio

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  • parking Parcheggio

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Stagione

GEN
FEB
MAR
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MAG
GIU
LUG
AGO
SET
OTT
NOV
DIC

Sentieri

Sveglia alle 4:00. Alle 6:30 raggiungo l’abitato di Pècol, in Val di Zoldo.

Oggi sarà un’avventura in solitaria. Sono passati due anni dal mio incidente alla forcella Antelao, e da allora non ho più affrontato la montagna da solo. Ma questa cima è un conto in sospeso. Un conto che arriva ormai al terzo tentativo: la vetta del Civetta attraverso la Via Normale!
Il primo tentativo risale al 2017: mi fermai a soli 100 metri dalla cima. Il secondo, quattro anni fa, si interruppe all’attacco della ferrata.

Oggi è una sfida con me stesso.
Parcheggio nei pressi della Casera del Zorzi, accanto agli impianti che da Pècol salgono a Palafavera. La giornata è fresca e limpida, ma l’umidità già presente lascia intuire possibili addensamenti. Sono le 7:00 passate, mi preparo con cura e imbocco il sentiero CAI 587. Il tracciato costeggia le piste da sci dello Ski Civetta, attraversa il torrente Maè e, con una breve deviazione, permette anche di ammirarne le sorgenti. La segnaletica CAI è precisa e guida tra prati e ghiaioni modellati dall’acqua.
Abbandono presto la Val di Pècol e mi inoltro nella Val Civetta, una zona che mi affascina da sempre: una radura aperta, segnata da alberi abbattuti dalle valanghe, offre viste meravigliose sulla Civetta e sul Pelmo.
Un boschetto in salita mi accompagna per 500 metri di dislivello fino al Col Grand (o Col Grant) a quota 1.927 m, che raggiungo dopo circa un’ora.
Qui una pausa è d’obbligo, prima di inoltrarmi verso la base rocciosa del gruppo del Civetta. Incontro la Mandra delle Grave, dove il CAI 587 diventa traccia 557. Poco dopo appare il Sass del Nin, punto d’incontro tra più percorsi: il sentiero per il rifugio Vazzoler, l’Anello Zoldano che conduce al Coldai via sentiero Tivan, e — per me — la direzione nord/nord-ovest, risalendo il ghiaione verso l’attacco della ferrata.
La traccia si fa più instabile: dapprima su ghiaione compatto, poi tra sfaciumi, fino a giungere ai piedi delle pareti verticali. È curioso constatare come le lingue di nevaio che nel 2017 coprivano l’accesso alla ferrata siano oggi quasi scomparse. Riesco ad attraversare una traccia di neve marcia e raggiungo direttamente i lastroni obliqui dove inizia la ferrata. Un segnale CAI annuncia l’avvio del sentiero attrezzato; un bollo numerato "1" identifica la serie di cavi che proseguirà fino al rifugio Torrani.
Sono esattamente al punto in cui arrivai al secondo tentativo. Questi step intermedi sono fondamentali per la mia progressione in solitaria: mi motivano e mi aiutano a restare concentrato sull’obiettivo. Mentre preparo l’attrezzatura, vedo diversi alpinisti scendere dalla ferrata: hanno pernottato al Torrani e stanno tornando a valle.
Per descrivere al meglio questa zona ho consultato testi storici e ho trovato un passaggio nella "Guida storico-alpina di Belluno-Feltre Primiero-Agordo-Zoldo" (1887) di Ottone Brentari, che a sua volta riporta le parole del prof. Marinelli tratte da "La Patria del Friuli" (1885):
"Ci sta davanti una muraglia di forse 25 metri, quasi verticale. Ma la muraglia a un fesso, largo qua 15 là 30 centimetri, che, contorcendosi alquanto, la intacca da cima a fondo: una specie di enorme cicatrice sopra il petto di un gigante. Bisogna approfittare delle sue asprezze, e prudentemente servendosi di mani, piedi, gomiti e ginocchia, adagio. adagio sormontarlo. Ed è quello che facemmo sotto l' esperto consiglio della guida, talchè pochi minuti appresso anche quella muraglia stava sotto i nostri piedi."
I primi tre segmenti di ferrata consentono di guadagnare rapidamente quota. Ai miei fianchi si ergono pareti sempre più verticali. Il vuoto si apre sotto di me, mentre intorno svettano il Pelmo, il Cristallo e l’Antelao: un panorama irreale, con le cime oltre i 3.000 metri che spuntano da un mare di nuvole bianche.
La via è agevole, mai davvero difficile: tratti verticali si alternano a brevi camminate su ghiaia e placche. Alcuni fittoni recenti offrono appoggi sicuri, anche in punti altrimenti lisci e insidiosi con l’umidità.
Dopo una serie di tratti attrezzati e brevi scrambling, arrivo al tratto 6 e 7 della ferrata: il celebre Passo del Tenente.
Uno spiazzo ampio invita a una pausa prima del tratto chiave. Qui, una placca inclinata con vecchio corrimano è oggi ben attrezzata con fune metallica. Sotto, uno scivolo di rocce levigate sprofonda in un abisso. Un passaggio non per deboli di cuore.
Riporto con piacere l’origine del nome "Passo del Tenente", raccontata ancora dal prof. Marinelli:
"Ecco origine del nome. Forse 10 anni fa al figlio del Piovanèl toccò in sorte di accompagnare sulla cima della Civetta un officiale, credo, degli alpini il quale compiè la gita senza difficoltà; ma nel ritorno, giunto a questo mal passo, fu colto dal panico e buttatosi alla disperazione si rifiutava recisamente dall’oltrepassarlo, pregando la guida che lo lasciasse pur li morir di fame, L'affare era serio, tanto più che savanzava la sera e il tempo appariva minaccioso. Ond'è che alla guida balenò una eroica risoluzione. Rivarcato il passo con una bottiglia di rhum, ne fece bere all'ufficiale tanto che bastasse ad ubbriacarlo e così eccitatolo lo trasse in salvo attraverso l'abisso. Veramente il passo presenta una difficoltà e un pericolo molto relativi: a piedi nudi o semplicemente rivestiti da calza o da scarpetto, e un passaggio che chiunque non soffra di vertigini può fare agevolmente; calzando scarpe e specialmente chiodate e ferrate, il rischio diventa gravissimo. Imaginiamoci una specie di cornice di sasso che si pro lunghi orizzontalmente per un paio di metri, e che, larga appena un 40 centimetri o poco più, arrotondata, levigata e perennemente bagnata da un filo d'acqua, strapiombi sopra una lastra di macigno inclinata ad 80°, lunga, come venne da noi misurata, non meno di 30 m. ed essa pure a sua volta strapiombante sopra un abisso, di cui non potemmo nè misurare, nè stimare la profondità. Nè basta. Sopra la cornice s'alza una ruvida parete di sasso, aspra e sporgente, in modo siffatto però da offrire piuttosto ostacolo al passaggio di un corpo sia pur gracile, di quello che appiglio alle dita che vi cercassero sostegno ed aiuto."
Tutti concordano: questo è il passaggio chiave dell’ascesa. Marinelli descrive il tratto successivo così:
"Essa tuttavia prosegue a guisa di scalata, con poche alternanze di neve e frane per circa 3 ore, cioè sino alla incavatura (circa 3000 m.) ove nel 1885 era attendata la squadra geodetica."
Personalmente, credo invece che meriti qualche parola in più.
La ferrata continua tra gole e pareti verticali. Alcuni tratti di scrambling più tecnico (fino al II grado) richiedono attenzione, pur senza forte esposizione. La segnaletica — bollini rossi molto ravvicinati — è fin troppo presente: rende impossibile perdersi, ma toglie un po’ del fascino dell’orientamento.
A circa 2.700 metri, raggiungo un punto critico: una cascatella d’acqua, la cui portata varia a seconda della stagione. In salita è gestibile grazie agli appigli, ma in discesa può rivelarsi scivolosa e insidiosa, soprattutto perché non attrezzata. Non c’è burrone sotto, ma una caduta potrebbe comunque causare guai seri... a oltre 2.700 metri di quota. Mi volto: il panorama alle spalle è mozzafiato. Nuvole avvolgono le cime, mentre le dorsali rocciose del Civetta incorniciano la vista. Proseguo zigzagando tra tratti attrezzati, fino al segmento numero 19, il più verticale, ma mai troppo esposto.
Ecco che termina la ferrata. Siamo a quota 2.900 m, in vista del rifugio Torrani. Sopra di me, la fune della teleferica che porta i viveri. Il rifugio appare a pochi minuti. Gli ultimi metri sono una piacevole arrampicata, alternata a tratti di sentiero.
Ed eccolo lì, il rifugio Torrani a quota 2.984 metri, incastonato nella roccia, proprio come lo descriveva Marinelli nel 1885. Il gestore sta pranzando: sono le 11:30. Dall’attacco della ferrata, ho impiegato 2 ore precise.
Mi godo una Coca-Cola e riparto subito: la vetta mi attende! Le nubi dalla Val Zoldana si stanno facendo minacciose. Mi sto avvicinando al punto in cui ho dovuto rinunciare nel 2017. Un paio di tratti nuovamente attrezzati permettono di guadagnare velocemente la porzione piramidale finale del Civetta. Se fino a qui la roccia era bella compatta, solida (anche se a volte liscia e potenzialmente scivolosa), ora il cocuzzolo sommatile sembra il più classico dei ghiaioni. Rocce maestose appoggiate in equilibrio che pare instabile, contrapposte a gioia fine e rocce medie scheggiate nel corso del tempo che risultano taglienti come lame. Il prof. Marinelli descrive così questo tratto finale: “Inferiormente alla insellatura raggiunta [Rifugio Torrani], la roccia era buona, per dirla con frase alpinistica, cioè reggeva alla mano e al piede; ma il dossone superiore è costituito da un calcare franoso, facilmente sgretolabile, marcio, come dicono gli alpigiani. A riassumersi, in breve, quella piramide o quel dossone terminale è tutto una frana, ma una frana costituita da macigni enormi, poggiati un sull'altro in equilibrio instabile pel forte pendio, e quindi mobilissimi, screpolati, brecciati e sgretolabili essi pure in tutte le numerose angolosità, in tutti i numerosi spigoli di cui si mostrano irti. È una scena orridamente bella quella ruina; ma anche estremamente penosa e pericolosa.”.

Non potrei descriverla meglio.
Supero i 3.100 metri del primo tentativo. La cima è lì, ma non arriva mai. Pendenza costante, stanchezza e terreno instabile rendono ogni passo una conquista.

Poi, un ultimo tratto ferrato, il ghiaione finale...

Scorgo la croce metallica.

Un ultimo sguardo basso ai piedi per scegliere gli appoggi più stabili...

E poi...

Eccola! La cima della Civetta!
Sono in vetta, finalmente! Dopo otto anni e al terzo tentativo, ce l’ho fatta!

Il panorama dal versante Agordino, con il lago di Alleghe sullo sfondo, è semplicemente splendido. Da quassù il lago sembra una piccola pozza d’acqua e per un attimo immagino di potermi tuffare e centrarlo perfettamente. Riesco a distinguere le Dolomiti Ampezzane, con le Tofane, il Cristallo e la Croda Rossa. Spostando lo sguardo verso il Cadore scorgo il Sorapiss e l’Antelao, per poi tornare idealmente nello Zoldano, dove svetta maestoso il Pelmo. Sul lato opposto riconosco il Moiazza, le Pale di San Martino e la regina Marmolada, anche se oggi è nascosta dalle nubi. Sono a 3.220 metri sul livello del mare. 1.800 metri di dislivello che mi hanno portato fin qui, davanti a uno spettacolo che ripaga ogni sforzo.
Tocco con emozione la caratteristica croce di vetta e mi siedo sulla roccia più alta, lasciando la mia firma nel libro di vetta. Sono felice. Sono appagato. Cotanta bellezza corona un sogno. Ma il tempo cambia in fretta. Dalla Val Zoldana salgono nuvole sempre più fitte, che in breve avvolgono completamente il Pelmo, l’Antelao e tutte le cime bellunesi. Dopo le foto di rito, inizio la discesa, ripercorrendo lo stesso itinerario dell’andata.
Il primo tratto è il più tecnico: la forte pendenza e lo sfasciume di rocce richiedono attenzione massima. Dopo aver perso un centinaio di metri di quota, torna a farsi vedere il sole, e riesco a scorgere nuovamente il sentiero che mi separa dal Torrani. Qui mi concedo un’altra Coca-Cola: anche se è passato poco più di un’ora dalla sosta precedente, sento il bisogno di ricaricare zuccheri e forze. Mi riposo un po’ più a lungo, ma senza esagerare: le nuvole si fanno ancora più fitte, fino a trasformarsi in nebbia.
Mi copro e mi preparo a ripartire. La nebbia, oltre a limitare la visibilità, riduce notevolmente la luce. Fortunatamente, come già detto, il sentiero della Via Normale è ben segnalato: i bolli rossi sono molto ravvicinati e anche nella foschia riesco sempre a individuare il successivo.
Questa sarà la mia strategia per la discesa: seguire i bollini rossi.
L’atmosfera è surreale, quasi da videogioco, e mi ricorda Silent Hill. Riconosco gli stessi tratti percorsi in salita, le stesse ferrate, ma con il cambiamento di luce e prospettiva mi sembra un sentiero del tutto nuovo. In discesa la progressione cambia completamente. Arrivo alla cascatella, ora molto più copiosa rispetto al mattino. Le rocce intorno sono bagnate e scivolose: richiedono massima attenzione.
Eccomi di nuovo al Passo del Tenente. Qui vivo una delle sensazioni più forti del ritorno: la nebbia avvolge tutto sotto di me. Dopo il primo salto di roccia di un paio di metri, davanti a me... il nulla. Sembra di affacciarsi sul vuoto. In effetti, è proprio così. Le rocce lisce sono ora umide, ma grazie al tratto ferrato riesco a superarle in sicurezza.
Ripercorro la “cicatrice del Civetta” (come indicato dal Marinelli) e mi ritrovo fuori dalla ferrata, in corrispondenza dell’ultima macchia di neve ancora visibile. Mi tolgo l’attrezzatura, mentre con la mente ripercorro tutto l’itinerario.

Sono abbastanza provato: la discesa sembra non finire mai.
Ora il Civetta è completamente avvolto da nuvoloni grigi, anche se fortunatamente non portano pioggia. Davanti a me, la Val di Zoldo è illuminata dal sole che fa capolino tra le nubi. Anche il Pelmo sfoggia il suo classico “copricapo” nuvoloso.

Un’avventura eccezionale, emozionante, piena di variazioni nell’ascesa e tempestata di scorci magici. La cima ripaga l’anima, fino alla commozione.
È una vetta che richiede ottima forma fisica, esperienza in quota e capacità di resistere alla fatica. È riservata a escursionisti esperti, con kit da ferrata obbligatorio. Un consiglio: non avventuratevi senza una preparazione adeguata. Parliamo di 1.800 metri di dislivello da affrontare in 7 km di salita. Il percorso complessivo è di 14 km, che ho completato in circa 10 ore (pause incluse). Altro suggerimento fondamentale: partite presto al mattino, in modo da raggiungere la vetta intorno a mezzogiorno. Questo vi garantirà sia una buona visuale che il tempo necessario per rientrare prima del tramonto.
Una delle cime più belle che abbia mai raggiunto: mai banale, sempre varia, con tratti attrezzati, ghiaioni, e tratti di scrambling.

Sono davvero felice di essere riuscito, da solo, in questa impresa.
E, considerando i tentativi precedenti, posso proprio dirlo:buona la terza!

Sveglia alle 4:00. Alle 6:30 raggiungo l’abitato di Pècol, in Val di Zoldo.

Oggi sarà un’avventura in solitaria. Sono passati due anni dal mio incidente alla forcella Antelao, e da allora non ho più affrontato la montagna da solo. Ma questa cima è un conto in sospeso. Un conto che arriva ormai al terzo tentativo: la vetta del Civetta attraverso la Via Normale!
Il primo tentativo risale al 2017: mi fermai a soli 100 metri dalla cima. Il secondo, quattro anni fa, si interruppe all’attacco della ferrata.

Oggi è una sfida con me stesso.
Parcheggio nei pressi della Casera del Zorzi, accanto agli impianti che da Pècol salgono a Palafavera. La giornata è fresca e limpida, ma l’umidità già presente lascia intuire possibili addensamenti. Sono le 7:00 passate, mi preparo con cura e imbocco il sentiero CAI 587. Il tracciato costeggia le piste da sci dello Ski Civetta, attraversa il torrente Maè e, con una breve deviazione, permette anche di ammirarne le sorgenti. La segnaletica CAI è precisa e guida tra prati e ghiaioni modellati dall’acqua.
Abbandono presto la Val di Pècol e mi inoltro nella Val Civetta, una zona che mi affascina da sempre: una radura aperta, segnata da alberi abbattuti dalle valanghe, offre viste meravigliose sulla Civetta e sul Pelmo.
Un boschetto in salita mi accompagna per 500 metri di dislivello fino al Col Grand (o Col Grant) a quota 1.927 m, che raggiungo dopo circa un’ora.
Qui una pausa è d’obbligo, prima di inoltrarmi verso la base rocciosa del gruppo del Civetta. Incontro la Mandra delle Grave, dove il CAI 587 diventa traccia 557. Poco dopo appare il Sass del Nin, punto d’incontro tra più percorsi: il sentiero per il rifugio Vazzoler, l’Anello Zoldano che conduce al Coldai via sentiero Tivan, e — per me — la direzione nord/nord-ovest, risalendo il ghiaione verso l’attacco della ferrata.
La traccia si fa più instabile: dapprima su ghiaione compatto, poi tra sfaciumi, fino a giungere ai piedi delle pareti verticali. È curioso constatare come le lingue di nevaio che nel 2017 coprivano l’accesso alla ferrata siano oggi quasi scomparse. Riesco ad attraversare una traccia di neve marcia e raggiungo direttamente i lastroni obliqui dove inizia la ferrata. Un segnale CAI annuncia l’avvio del sentiero attrezzato; un bollo numerato "1" identifica la serie di cavi che proseguirà fino al rifugio Torrani.
Sono esattamente al punto in cui arrivai al secondo tentativo. Questi step intermedi sono fondamentali per la mia progressione in solitaria: mi motivano e mi aiutano a restare concentrato sull’obiettivo. Mentre preparo l’attrezzatura, vedo diversi alpinisti scendere dalla ferrata: hanno pernottato al Torrani e stanno tornando a valle.
Per descrivere al meglio questa zona ho consultato testi storici e ho trovato un passaggio nella "Guida storico-alpina di Belluno-Feltre Primiero-Agordo-Zoldo" (1887) di Ottone Brentari, che a sua volta riporta le parole del prof. Marinelli tratte da "La Patria del Friuli" (1885):
"Ci sta davanti una muraglia di forse 25 metri, quasi verticale. Ma la muraglia a un fesso, largo qua 15 là 30 centimetri, che, contorcendosi alquanto, la intacca da cima a fondo: una specie di enorme cicatrice sopra il petto di un gigante. Bisogna approfittare delle sue asprezze, e prudentemente servendosi di mani, piedi, gomiti e ginocchia, adagio. adagio sormontarlo. Ed è quello che facemmo sotto l' esperto consiglio della guida, talchè pochi minuti appresso anche quella muraglia stava sotto i nostri piedi."
I primi tre segmenti di ferrata consentono di guadagnare rapidamente quota. Ai miei fianchi si ergono pareti sempre più verticali. Il vuoto si apre sotto di me, mentre intorno svettano il Pelmo, il Cristallo e l’Antelao: un panorama irreale, con le cime oltre i 3.000 metri che spuntano da un mare di nuvole bianche.
La via è agevole, mai davvero difficile: tratti verticali si alternano a brevi camminate su ghiaia e placche. Alcuni fittoni recenti offrono appoggi sicuri, anche in punti altrimenti lisci e insidiosi con l’umidità.
Dopo una serie di tratti attrezzati e brevi scrambling, arrivo al tratto 6 e 7 della ferrata: il celebre Passo del Tenente.
Uno spiazzo ampio invita a una pausa prima del tratto chiave. Qui, una placca inclinata con vecchio corrimano è oggi ben attrezzata con fune metallica. Sotto, uno scivolo di rocce levigate sprofonda in un abisso. Un passaggio non per deboli di cuore.
Riporto con piacere l’origine del nome "Passo del Tenente", raccontata ancora dal prof. Marinelli:
"Ecco origine del nome. Forse 10 anni fa al figlio del Piovanèl toccò in sorte di accompagnare sulla cima della Civetta un officiale, credo, degli alpini il quale compiè la gita senza difficoltà; ma nel ritorno, giunto a questo mal passo, fu colto dal panico e buttatosi alla disperazione si rifiutava recisamente dall’oltrepassarlo, pregando la guida che lo lasciasse pur li morir di fame, L'affare era serio, tanto più che savanzava la sera e il tempo appariva minaccioso. Ond'è che alla guida balenò una eroica risoluzione. Rivarcato il passo con una bottiglia di rhum, ne fece bere all'ufficiale tanto che bastasse ad ubbriacarlo e così eccitatolo lo trasse in salvo attraverso l'abisso. Veramente il passo presenta una difficoltà e un pericolo molto relativi: a piedi nudi o semplicemente rivestiti da calza o da scarpetto, e un passaggio che chiunque non soffra di vertigini può fare agevolmente; calzando scarpe e specialmente chiodate e ferrate, il rischio diventa gravissimo. Imaginiamoci una specie di cornice di sasso che si pro lunghi orizzontalmente per un paio di metri, e che, larga appena un 40 centimetri o poco più, arrotondata, levigata e perennemente bagnata da un filo d'acqua, strapiombi sopra una lastra di macigno inclinata ad 80°, lunga, come venne da noi misurata, non meno di 30 m. ed essa pure a sua volta strapiombante sopra un abisso, di cui non potemmo nè misurare, nè stimare la profondità. Nè basta. Sopra la cornice s'alza una ruvida parete di sasso, aspra e sporgente, in modo siffatto però da offrire piuttosto ostacolo al passaggio di un corpo sia pur gracile, di quello che appiglio alle dita che vi cercassero sostegno ed aiuto."
Tutti concordano: questo è il passaggio chiave dell’ascesa. Marinelli descrive il tratto successivo così:
"Essa tuttavia prosegue a guisa di scalata, con poche alternanze di neve e frane per circa 3 ore, cioè sino alla incavatura (circa 3000 m.) ove nel 1885 era attendata la squadra geodetica."
Personalmente, credo invece che meriti qualche parola in più.
La ferrata continua tra gole e pareti verticali. Alcuni tratti di scrambling più tecnico (fino al II grado) richiedono attenzione, pur senza forte esposizione. La segnaletica — bollini rossi molto ravvicinati — è fin troppo presente: rende impossibile perdersi, ma toglie un po’ del fascino dell’orientamento.
A circa 2.700 metri, raggiungo un punto critico: una cascatella d’acqua, la cui portata varia a seconda della stagione. In salita è gestibile grazie agli appigli, ma in discesa può rivelarsi scivolosa e insidiosa, soprattutto perché non attrezzata. Non c’è burrone sotto, ma una caduta potrebbe comunque causare guai seri... a oltre 2.700 metri di quota. Mi volto: il panorama alle spalle è mozzafiato. Nuvole avvolgono le cime, mentre le dorsali rocciose del Civetta incorniciano la vista. Proseguo zigzagando tra tratti attrezzati, fino al segmento numero 19, il più verticale, ma mai troppo esposto.
Ecco che termina la ferrata. Siamo a quota 2.900 m, in vista del rifugio Torrani. Sopra di me, la fune della teleferica che porta i viveri. Il rifugio appare a pochi minuti. Gli ultimi metri sono una piacevole arrampicata, alternata a tratti di sentiero.
Ed eccolo lì, il rifugio Torrani a quota 2.984 metri, incastonato nella roccia, proprio come lo descriveva Marinelli nel 1885. Il gestore sta pranzando: sono le 11:30. Dall’attacco della ferrata, ho impiegato 2 ore precise.
Mi godo una Coca-Cola e riparto subito: la vetta mi attende! Le nubi dalla Val Zoldana si stanno facendo minacciose.



Data

19-07-2025

Distanza

14.01 KM

Tipo escursione

Alpinismo

Dislivello

1800 mt

  • Montagna

    Monte Civetta

  • Indirizzo

    Pècol, Val di Zoldo, Veneto

  • Altitudine

    3220.00 m

  • Rifugi

    Rifugio Torrani

  • Informazioni

    Rifugio Torrani

Mi sto avvicinando al punto in cui ho dovuto rinunciare nel 2017. Un paio di tratti nuovamente attrezzati permettono di guadagnare velocemente la porzione piramidale finale del Civetta. Se fino a qui la roccia era bella compatta, solida (anche se a volte liscia e potenzialmente scivolosa), ora il cocuzzolo sommatile sembra il più classico dei ghiaioni. Rocce maestose appoggiate in equilibrio che pare instabile, contrapposte a gioia fine e rocce medie scheggiate nel corso del tempo che risultano taglienti come lame. Il prof. Marinelli descrive così questo tratto finale: “Inferiormente alla insellatura raggiunta [Rifugio Torrani], la roccia era buona, per dirla con frase alpinistica, cioè reggeva alla mano e al piede; ma il dossone superiore è costituito da un calcare franoso, facilmente sgretolabile, marcio, come dicono gli alpigiani. A riassumersi, in breve, quella piramide o quel dossone terminale è tutto una frana, ma una frana costituita da macigni enormi, poggiati un sull'altro in equilibrio instabile pel forte pendio, e quindi mobilissimi, screpolati, brecciati e sgretolabili essi pure in tutte le numerose angolosità, in tutti i numerosi spigoli di cui si mostrano irti. È una scena orridamente bella quella ruina; ma anche estremamente penosa e pericolosa.”.

Non potrei descriverla meglio.
Supero i 3.100 metri del primo tentativo. La cima è lì, ma non arriva mai. Pendenza costante, stanchezza e terreno instabile rendono ogni passo una conquista.

Poi, un ultimo tratto ferrato, il ghiaione finale...

Scorgo la croce metallica.

Un ultimo sguardo basso ai piedi per scegliere gli appoggi più stabili...

E poi...

Eccola! La cima della Civetta!
Sono in vetta, finalmente! Dopo otto anni e al terzo tentativo, ce l’ho fatta!

Il panorama dal versante Agordino, con il lago di Alleghe sullo sfondo, è semplicemente splendido. Da quassù il lago sembra una piccola pozza d’acqua e per un attimo immagino di potermi tuffare e centrarlo perfettamente. Riesco a distinguere le Dolomiti Ampezzane, con le Tofane, il Cristallo e la Croda Rossa. Spostando lo sguardo verso il Cadore scorgo il Sorapiss e l’Antelao, per poi tornare idealmente nello Zoldano, dove svetta maestoso il Pelmo. Sul lato opposto riconosco il Moiazza, le Pale di San Martino e la regina Marmolada, anche se oggi è nascosta dalle nubi. Sono a 3.220 metri sul livello del mare. 1.800 metri di dislivello che mi hanno portato fin qui, davanti a uno spettacolo che ripaga ogni sforzo.
Tocco con emozione la caratteristica croce di vetta e mi siedo sulla roccia più alta, lasciando la mia firma nel libro di vetta. Sono felice. Sono appagato. Cotanta bellezza corona un sogno. Ma il tempo cambia in fretta. Dalla Val Zoldana salgono nuvole sempre più fitte, che in breve avvolgono completamente il Pelmo, l’Antelao e tutte le cime bellunesi. Dopo le foto di rito, inizio la discesa, ripercorrendo lo stesso itinerario dell’andata.
Il primo tratto è il più tecnico: la forte pendenza e lo sfasciume di rocce richiedono attenzione massima. Dopo aver perso un centinaio di metri di quota, torna a farsi vedere il sole, e riesco a scorgere nuovamente il sentiero che mi separa dal Torrani. Qui mi concedo un’altra Coca-Cola: anche se è passato poco più di un’ora dalla sosta precedente, sento il bisogno di ricaricare zuccheri e forze. Mi riposo un po’ più a lungo, ma senza esagerare: le nuvole si fanno ancora più fitte, fino a trasformarsi in nebbia.
Mi copro e mi preparo a ripartire. La nebbia, oltre a limitare la visibilità, riduce notevolmente la luce. Fortunatamente, come già detto, il sentiero della Via Normale è ben segnalato: i bolli rossi sono molto ravvicinati e anche nella foschia riesco sempre a individuare il successivo.
Questa sarà la mia strategia per la discesa: seguire i bollini rossi.
L’atmosfera è surreale, quasi da videogioco, e mi ricorda Silent Hill. Riconosco gli stessi tratti percorsi in salita, le stesse ferrate, ma con il cambiamento di luce e prospettiva mi sembra un sentiero del tutto nuovo. In discesa la progressione cambia completamente. Arrivo alla cascatella, ora molto più copiosa rispetto al mattino. Le rocce intorno sono bagnate e scivolose: richiedono massima attenzione.
Eccomi di nuovo al Passo del Tenente. Qui vivo una delle sensazioni più forti del ritorno: la nebbia avvolge tutto sotto di me. Dopo il primo salto di roccia di un paio di metri, davanti a me... il nulla. Sembra di affacciarsi sul vuoto. In effetti, è proprio così. Le rocce lisce sono ora umide, ma grazie al tratto ferrato riesco a superarle in sicurezza.
Ripercorro la “cicatrice del Civetta” (come indicato dal Marinelli) e mi ritrovo fuori dalla ferrata, in corrispondenza dell’ultima macchia di neve ancora visibile. Mi tolgo l’attrezzatura, mentre con la mente ripercorro tutto l’itinerario.

Sono abbastanza provato: la discesa sembra non finire mai.
Ora il Civetta è completamente avvolto da nuvoloni grigi, anche se fortunatamente non portano pioggia. Davanti a me, la Val di Zoldo è illuminata dal sole che fa capolino tra le nubi. Anche il Pelmo sfoggia il suo classico “copricapo” nuvoloso.

Un’avventura eccezionale, emozionante, piena di variazioni nell’ascesa e tempestata di scorci magici. La cima ripaga l’anima, fino alla commozione.
È una vetta che richiede ottima forma fisica, esperienza in quota e capacità di resistere alla fatica. È riservata a escursionisti esperti, con kit da ferrata obbligatorio. Un consiglio: non avventuratevi senza una preparazione adeguata. Parliamo di 1.800 metri di dislivello da affrontare in 7 km di salita. Il percorso complessivo è di 14 km, che ho completato in circa 10 ore (pause incluse). Altro suggerimento fondamentale: partite presto al mattino, in modo da raggiungere la vetta intorno a mezzogiorno. Questo vi garantirà sia una buona visuale che il tempo necessario per rientrare prima del tramonto.
Una delle cime più belle che abbia mai raggiunto: mai banale, sempre varia, con tratti attrezzati, ghiaioni, e tratti di scrambling.

Sono davvero felice di essere riuscito, da solo, in questa impresa.
E, considerando i tentativi precedenti, posso proprio dirlo:buona la terza!



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Difficoltà

Escursionisti Esperti con Attrezzatura - Vengono indicati i percorsi attrezzati (o vie ferrate), richiedono l'uso dei dispositivi di autoassicurazione.



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