Malga Foca, Malga e Forcella Moschesin

Un’escursione nelle Dolomiti agordine, tra malghe solitarie e un forte militare poco conosciuto

Dettagli

  • hike_type Tipo escursione

    Escursione

  • hike_difficult Difficoltà

    E

  • hike_distance Distanza

    16.51 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    770.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1200 mt

  • parking Parcheggio

    Vai a GMaps

  • landscape Paesaggio

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  • historical interest Int. storico

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  • duration Durata

    5h 30m

  • altitude_max Altitudine MAX

    1970.00 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1200 mt

  • hike_type Tipo escursione

    Escursione

  • hike_difficult Difficoltà

    E

  • hike_distance Distanza

    16.51 KM

  • altitude_min Altitudine MIN

    770.00 mt

  • altitude_max Altitudine MAX

    1970.00 mt

  • altitude_drop_positive Dislivello +

    1200 mt

  • altitude_drop_negative Dislivello -

    -1200 mt

  • duration Durata

    5h 30m

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Stagione

GEN
FEB
MAR
APR
MAG
GIU
LUG
AGO
SET
OTT
NOV
DIC

Sentieri

L’avventura di oggi comincia a La Muda, Canale d’Agordo. L’obiettivo iniziale era ambizioso: raggiungere la cima del monte Celo (o Zelo). Parcheggiamo l’auto in uno spiazzo ampio, qualche metro sotto la statale, in direzione del Cordevole. Con me c’è il mitico Enrico, compagno fidato di tante escursioni.
Ci incamminiamo verso il sentiero CAI 546 e subito ci accoglie un cartello poco rassicurante: il CAI 545, che porta alla vetta, è segnalato come impraticabile. Non ci scoraggiamo e iniziamo comunque il cammino. Ma appena mosso il primo passo, Enrico si blocca: ha scorto una zecca. Piccola, nera, con le zampette tese sull’erba, pronta ad aggrapparsi. Per fortuna ci siamo abbondantemente cosparsi di repellente prima di partire, quindi siamo fiduciosi.
Decidiamo di proseguire, anche se l’incontro iniziale ci ha messo in allerta. Ogni pochi passi ci controlliamo gambe e braccia. Saliti appena di qualche metro, Enrico ne vede altre due o tre, più grandi, con un corpo rossastro. Poi ancora, e ancora. Zecche ovunque: sui fili d’erba, sugli scarponi, persino sui pantaloni. Sembrano stordite dal repellente e cercano di allontanarsi, ma la loro presenza è davvero massiccia. In meno di 75 metri di dislivello ne contiamo decine.
A malincuore decidiamo di fare dietrofront. Una volta tornati al parcheggio, ci ispezioniamo a vicenda con cura — fortunatamente nessuna zecca addosso. Cambiamo così piani e ci dirigiamo verso La Valle Agordina, dove ci aspetta un percorso più tranquillo: le malghe La Foca e Moschesin, fino alla suggestiva Forcella Moschesin.
Prima di entrare nel vivo dell’escursione, vi consiglio di leggere l’articolo di approfondimento dedicato al problema — purtroppo sempre più attuale — delle zecche in montagna, soprattutto in questo periodo. Nell’articolo trovate anche il link al repellente che, secondo la mia esperienza, è il più efficace in circolazione. Leggi l’articolo completo qui: Zecche: un rischio “quasi” invisibile
Raggiungiamo La Valle Agordina e parcheggiamo comodamente nei pressi del campo sportivo. Da qui imbocchiamo il sentiero CAI 542, che coincide inizialmente con una larga strada sterrata. Ci troviamo a una quota più alta rispetto a La Muda, e questo ci fa ben sperare: qui le zecche non dovrebbero darci fastidio!
Il sentiero, simile a una piccola “autostrada”, sale dolcemente verso est costeggiando il torrente Bordina. Seguiamo le indicazioni per malga Foca e, intorno ai 950 metri di altitudine, la salita si fa più marcata: la strada diventa asfaltata e gli alberi ai lati iniziano a farsi più fitti, offrendo un gradito sollievo dal sole. In lontananza cominciano a comparire le prime cime dolomitiche.
Arriviamo alla Madonna del S’ciar, a quota 1185 metri dove una breve sosta è d’obbligo. Proseguiamo lungo un tratto meno interessante dal punto di vista paesaggistico: la strada resta ampia e diritta, e gli alberi, in questa sezione, sono stati completamente abbattuti, lasciando ai lati una grande radura aperta. Superati gli ultimi metri di dislivello, iniziamo finalmente a intravedere il pianoro dove sorge malga Foca.
A quota 1495 metri, la malga si erge su un’ampia altura erbosa. La sua posizione sopraelevata rispetto alla strada ci regala il primo vero panorama della giornata: alla nostra sinistra riconosciamo il monte Celo (o Zelo), la meta mancata della mattina, poi l’Agner avvolto da una fitta coltre di nubi, le spettacolari Pale di San Lucano con le loro linee verticali, e infine il Moiazza, il Tamer Grande e il caratteristico Castello di Moschesin.
Dopo una breve pausa per ammirare l’orizzonte, riprendiamo la salita lungo il sentiero CAI 542 in direzione di malga Moschesin. La traccia continua su una strada asfaltata con tratti erbosi fino a quota 1630 metri, dove un evidente bivio ben segnalato ci invita finalmente a lasciare l’asfalto per addentrarci nel bosco. Da qui il sentiero si snoda in piacevoli tornanti tra abeti e i primi crocus che spuntano timidamente dall’erba ancora secca. La vegetazione si dirada gradualmente e, davanti a noi, si apre una distesa di crochi dai colori vivaci, dal bianco al viola intenso, che annunciano l’arrivo alla radura dove sorge malga Moschesin, a quota 1800 metri.
Il panorama che ci accoglie è simile a quello di malga Foca, ma con una differenza notevole: il Castello di Moschesin ci appare proprio davanti, così vicino da sembrare a portata di mano. Qui ci concediamo una sosta più lunga. Il meteo inizia a cambiare, il cielo si fa più coperto e l’aria si carica di instabilità, ma decidiamo comunque di proseguire verso la nostra meta finale: la forcella Moschesin, con i resti del vecchio forte militare.
Per un breve tratto seguiamo il suggestivo sentiero de “La montagna dimenticata”, che proseguirebbe verso le creste del Valaraz e il monte Celo. Noi invece deviamo sul CAI 543. Gli alti abeti lasciano spazio ai robusti pini mughi, e intorno ai 1850 metri fa la sua comparsa la neve: non è compatta, piuttosto pesante, e ci rende il cammino più faticoso.
Costeggiamo il Castello di Moschesin, potendo così osservare da vicino le sue caratteristiche guglie e le profonde fessure che ne scolpiscono il profilo, tipico delle Dolomiti. Proseguiamo fino a quota 1966 metri, dove una curva tra i mughi ci regala una vista mozzafiato: le cime di Zita e il monte Talvena si stagliano innevati davanti a noi. L’esposizione a nord conserva ancora un ampio manto di neve, che brilla sotto le nuvole in movimento, offrendo uno spettacolo silenzioso e maestoso.
Scendiamo dolcemente, perdendo appena una ventina di metri di dislivello, e in breve raggiungiamo la forcella Moschesin. Qui, circondati da una distesa di pini mughi, il Castello di Moschesin ci appare imponente, quasi volesse venirci incontro. Dall’altro lato, si stagliano i resti del vecchio forte militare, ormai in rovina ma ancora visitabile.
È possibile entrare e percorrere i vari ambienti che un tempo componevano la struttura in muratura, lasciandosi affascinare dal silenzio e dalla storia che ancora si respira tra le sue pareti. Alla fine del percorso, uscendo dal forte e voltandosi verso il Castello di Moschesin, si viene ricompensati da una vista da cartolina: un panorama spettacolare che vale da solo l’intera escursione.
La Caserma Moschesin, costruita tra la fine dell’Ottocento e il 1912, faceva parte della cosiddetta “Linea Gialla”, un sistema difensivo voluto dal Regno d’Italia per proteggersi da possibili invasioni provenienti da nord. Strategicamente posizionata presso la forcella Moschesin, tra l’Agordino e la Val di Zoldo, la struttura non fu mai coinvolta direttamente nei combattimenti della Prima Guerra Mondiale. Fu però distrutta nel 1917, durante la ritirata di Caporetto, per impedirne l’utilizzo da parte del nemico. Nonostante questo, gran parte del piano terra è ancora intatta e visitabile.
Immerso in un contesto naturalistico straordinario, attraversato dall’Alta Via n.1 delle Dolomiti, il forte rappresenta una suggestiva testimonianza storica incastonata in un paesaggio dominato dall’imponente Monte Moschesin. Raggiungibile solo a piedi, è oggi una meta imperdibile per chi ama unire escursionismo, natura e storia.
Le nubi si fanno sempre più scure e un vento freddo inizia a soffiare con decisione. A quel punto decidiamo che è meglio non rischiare e iniziamo il rientro, ripercorrendo a ritroso i sentieri dell’andata. Il tratto da malga Foca a La Valle Agordina, in particolare, ci sembra piuttosto monotono e interminabile, complice la lunghezza e la stanchezza accumulata.
Alla fine, però, l’alternativa scelta al monte Celo si è rivelata davvero azzeccata! Abbiamo esplorato luoghi straordinari dal punto di vista naturalistico, immersi nelle inconfondibili Dolomiti, e vissuto un autentico tuffo nella storia con la visita al forte di Moschesin, che ci ha affascinati completamente.
Consiglio questa escursione a chi ha un buon livello di allenamento: si affrontano circa 1200 metri di dislivello distribuiti su quasi 17 km. Personalmente non conoscevo questa zona della conca agordina e devo dire che mi ha stupito: è ancora poco frequentata — durante tutto il percorso abbiamo incrociato solo tre persone — e questo permette di godersi i paesaggi con la tranquillità e il silenzio che meritano.

L’avventura di oggi comincia a La Muda, Canale d’Agordo. L’obiettivo iniziale era ambizioso: raggiungere la cima del monte Celo (o Zelo). Parcheggiamo l’auto in uno spiazzo ampio, qualche metro sotto la statale, in direzione del Cordevole. Con me c’è il mitico Enrico, compagno fidato di tante escursioni.
Ci incamminiamo verso il sentiero CAI 546 e subito ci accoglie un cartello poco rassicurante: il CAI 545, che porta alla vetta, è segnalato come impraticabile. Non ci scoraggiamo e iniziamo comunque il cammino. Ma appena mosso il primo passo, Enrico si blocca: ha scorto una zecca. Piccola, nera, con le zampette tese sull’erba, pronta ad aggrapparsi. Per fortuna ci siamo abbondantemente cosparsi di repellente prima di partire, quindi siamo fiduciosi.
Decidiamo di proseguire, anche se l’incontro iniziale ci ha messo in allerta. Ogni pochi passi ci controlliamo gambe e braccia. Saliti appena di qualche metro, Enrico ne vede altre due o tre, più grandi, con un corpo rossastro. Poi ancora, e ancora. Zecche ovunque: sui fili d’erba, sugli scarponi, persino sui pantaloni. Sembrano stordite dal repellente e cercano di allontanarsi, ma la loro presenza è davvero massiccia. In meno di 75 metri di dislivello ne contiamo decine.
A malincuore decidiamo di fare dietrofront. Una volta tornati al parcheggio, ci ispezioniamo a vicenda con cura — fortunatamente nessuna zecca addosso. Cambiamo così piani e ci dirigiamo verso La Valle Agordina, dove ci aspetta un percorso più tranquillo: le malghe La Foca e Moschesin, fino alla suggestiva Forcella Moschesin.
Prima di entrare nel vivo dell’escursione, vi consiglio di leggere l’articolo di approfondimento dedicato al problema — purtroppo sempre più attuale — delle zecche in montagna, soprattutto in questo periodo. Nell’articolo trovate anche il link al repellente che, secondo la mia esperienza, è il più efficace in circolazione. Leggi l’articolo completo qui: Zecche: un rischio “quasi” invisibile
Raggiungiamo La Valle Agordina e parcheggiamo comodamente nei pressi del campo sportivo. Da qui imbocchiamo il sentiero CAI 542, che coincide inizialmente con una larga strada sterrata. Ci troviamo a una quota più alta rispetto a La Muda, e questo ci fa ben sperare: qui le zecche non dovrebbero darci fastidio!
Il sentiero, simile a una piccola “autostrada”, sale dolcemente verso est costeggiando il torrente Bordina. Seguiamo le indicazioni per malga Foca e, intorno ai 950 metri di altitudine, la salita si fa più marcata: la strada diventa asfaltata e gli alberi ai lati iniziano a farsi più fitti, offrendo un gradito sollievo dal sole. In lontananza cominciano a comparire le prime cime dolomitiche.
Arriviamo alla Madonna del S’ciar, a quota 1185 metri dove una breve sosta è d’obbligo. Proseguiamo lungo un tratto meno interessante dal punto di vista paesaggistico: la strada resta ampia e diritta, e gli alberi, in questa sezione, sono stati completamente abbattuti, lasciando ai lati una grande radura aperta. Superati gli ultimi metri di dislivello, iniziamo finalmente a intravedere il pianoro dove sorge malga Foca.
A quota 1495 metri, la malga si erge su un’ampia altura erbosa. La sua posizione sopraelevata rispetto alla strada ci regala il primo vero panorama della giornata: alla nostra sinistra riconosciamo il monte Celo (o Zelo), la meta mancata della mattina, poi l’Agner avvolto da una fitta coltre di nubi, le spettacolari Pale di San Lucano con le loro linee verticali, e infine il Moiazza, il Tamer Grande e il caratteristico Castello di Moschesin.
Dopo una breve pausa per ammirare l’orizzonte, riprendiamo la salita lungo il sentiero CAI 542 in direzione di malga Moschesin. La traccia continua su una strada asfaltata con tratti erbosi fino a quota 1630 metri, dove un evidente bivio ben segnalato ci invita finalmente a lasciare l’asfalto per addentrarci nel bosco.



Data

03-05-2025

Distanza

16.51 KM

Tipo escursione

Escursione

Dislivello

1200 mt

  • Montagna

    Castello di Moschesin

  • Indirizzo

    La Valle Agordina, Veneto

  • Altitudine

    1970.00 m

  • Rifugi

    Malga Foca, Malga Moschesin

  • Informazioni

Da qui il sentiero si snoda in piacevoli tornanti tra abeti e i primi crocus che spuntano timidamente dall’erba ancora secca. La vegetazione si dirada gradualmente e, davanti a noi, si apre una distesa di crochi dai colori vivaci, dal bianco al viola intenso, che annunciano l’arrivo alla radura dove sorge malga Moschesin, a quota 1800 metri.
Il panorama che ci accoglie è simile a quello di malga Foca, ma con una differenza notevole: il Castello di Moschesin ci appare proprio davanti, così vicino da sembrare a portata di mano. Qui ci concediamo una sosta più lunga. Il meteo inizia a cambiare, il cielo si fa più coperto e l’aria si carica di instabilità, ma decidiamo comunque di proseguire verso la nostra meta finale: la forcella Moschesin, con i resti del vecchio forte militare.
Per un breve tratto seguiamo il suggestivo sentiero de “La montagna dimenticata”, che proseguirebbe verso le creste del Valaraz e il monte Celo. Noi invece deviamo sul CAI 543. Gli alti abeti lasciano spazio ai robusti pini mughi, e intorno ai 1850 metri fa la sua comparsa la neve: non è compatta, piuttosto pesante, e ci rende il cammino più faticoso.
Costeggiamo il Castello di Moschesin, potendo così osservare da vicino le sue caratteristiche guglie e le profonde fessure che ne scolpiscono il profilo, tipico delle Dolomiti. Proseguiamo fino a quota 1966 metri, dove una curva tra i mughi ci regala una vista mozzafiato: le cime di Zita e il monte Talvena si stagliano innevati davanti a noi. L’esposizione a nord conserva ancora un ampio manto di neve, che brilla sotto le nuvole in movimento, offrendo uno spettacolo silenzioso e maestoso.
Scendiamo dolcemente, perdendo appena una ventina di metri di dislivello, e in breve raggiungiamo la forcella Moschesin. Qui, circondati da una distesa di pini mughi, il Castello di Moschesin ci appare imponente, quasi volesse venirci incontro. Dall’altro lato, si stagliano i resti del vecchio forte militare, ormai in rovina ma ancora visitabile.
È possibile entrare e percorrere i vari ambienti che un tempo componevano la struttura in muratura, lasciandosi affascinare dal silenzio e dalla storia che ancora si respira tra le sue pareti. Alla fine del percorso, uscendo dal forte e voltandosi verso il Castello di Moschesin, si viene ricompensati da una vista da cartolina: un panorama spettacolare che vale da solo l’intera escursione.
La Caserma Moschesin, costruita tra la fine dell’Ottocento e il 1912, faceva parte della cosiddetta “Linea Gialla”, un sistema difensivo voluto dal Regno d’Italia per proteggersi da possibili invasioni provenienti da nord. Strategicamente posizionata presso la forcella Moschesin, tra l’Agordino e la Val di Zoldo, la struttura non fu mai coinvolta direttamente nei combattimenti della Prima Guerra Mondiale. Fu però distrutta nel 1917, durante la ritirata di Caporetto, per impedirne l’utilizzo da parte del nemico. Nonostante questo, gran parte del piano terra è ancora intatta e visitabile.
Immerso in un contesto naturalistico straordinario, attraversato dall’Alta Via n.1 delle Dolomiti, il forte rappresenta una suggestiva testimonianza storica incastonata in un paesaggio dominato dall’imponente Monte Moschesin. Raggiungibile solo a piedi, è oggi una meta imperdibile per chi ama unire escursionismo, natura e storia.
Le nubi si fanno sempre più scure e un vento freddo inizia a soffiare con decisione. A quel punto decidiamo che è meglio non rischiare e iniziamo il rientro, ripercorrendo a ritroso i sentieri dell’andata. Il tratto da malga Foca a La Valle Agordina, in particolare, ci sembra piuttosto monotono e interminabile, complice la lunghezza e la stanchezza accumulata.
Alla fine, però, l’alternativa scelta al monte Celo si è rivelata davvero azzeccata! Abbiamo esplorato luoghi straordinari dal punto di vista naturalistico, immersi nelle inconfondibili Dolomiti, e vissuto un autentico tuffo nella storia con la visita al forte di Moschesin, che ci ha affascinati completamente.
Consiglio questa escursione a chi ha un buon livello di allenamento: si affrontano circa 1200 metri di dislivello distribuiti su quasi 17 km. Personalmente non conoscevo questa zona della conca agordina e devo dire che mi ha stupito: è ancora poco frequentata — durante tutto il percorso abbiamo incrociato solo tre persone — e questo permette di godersi i paesaggi con la tranquillità e il silenzio che meritano.



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Difficoltà

Escursionisti - Itinerari su sentieri od evidenti tracce in terreno di vario genere (pascoli, detriti, pietraie...). Sono generalmente segnalati con vernice od ometti (pietre impilate a forma piramidale che permettono di individuare il percorso anche da lontano). Possono svolgersi anche in ambienti innevati ma solo lievemente inclinati. Richiedono attrezzatura ed una sufficiente capacità di orientamento, allenamento alla camminata anche per qualche ora.



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