Dettagli
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Tipo escursioneEscursione
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DifficoltàEE
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Distanza10.82 KM
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Altitudine MIN1602.00 mt
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Dislivello +1113 mt
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Parcheggio
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Paesaggio





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Int. storico





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Durata6h 30m
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Altitudine MAX2715.00 mt
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Dislivello --1113 mt
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Tipo escursioneEscursione
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DifficoltàEE
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Distanza10.82 KM
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Altitudine MIN1602.00 mt
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Altitudine MAX2715.00 mt
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Dislivello +1113 mt
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Dislivello --1113 mt
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Durata6h 30m
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Paesaggio





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Int. storico





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Parcheggio
Raggiungiamo di prima mattina il parcheggio di Malga Ra Stua accessibile in questo periodo dell'anno senza bisogno di navetta. Siamo nel comprensorio della Croda Rossa d'Ampezzo e la nostra avventura è diretta proprio alla sue pendici. Parcheggiamo l'auto e riscontriamo subito una temperatura rigida, appena sotto lo zero; un freddo secco che ci garantirà una progressione senza sudare.
Iniziamo percorrendo la strada che lascia la Malga, sentiero CAI numero 6, e che si inoltra nel Valon Scuro. A pochi passi dalla partenza, un accenno di sentiero si stacca sui prati alla destra procedendo in mezzo al bosco. Cominciamo a salire e a guadagnare dislivello tra abeti e larici scegliendo man mano la via più agevole in direzione Nord-NordEst. Appena superato la quota di 1890 metri troviamo un pianoro sgombro di alberi dal quale si gode di una spendida vista sulle Tofane (da un'angolazione inedita) e sul monte Lavinores. Ritorniamo nel bosco in direzione Nord e superiamo il ruscello Ru de re Cuódes. Siamo nella costa boscosa denominata Tremonti. In breve raggiungiamo il Pian de Socroda, in corrispondenza della parete rocciosa Sote Croda. Da questa posizione possiamo vedere una parete alberata che divide Pala de Ra Fedes, a destra, e Ra Geralbes, a sinistra. Noi dovremo superare quella parete che da qui sembra davvero irta e inaccessibile.
Spostandoci sulla sinistra del Pian de Socroda troviamo vecchi segni CAI sugli alberi e alcuni ometti ben visibili. Questo era il vecchio sentiero che portava al bivacco dall'Oglio e doveva essere già visibile da questo pianoro in corrispondenza delle ghiaie rossastre che scendono dalla Pala di Ra Fedes. Seguiamo la traccia dapprima tra mughi radi e poi su pendici erbose quasi verticali. Si prosegue faticosamente ma guadagnando rapidamente dislivello. L'erba fa sempre più spazio a sassi e rocce che sicuramente sono cadute dalla vicina Ra Geralbes. La via infatti porta sempre più sotto la parete rocciosa dove sono visibili delle facili tracce che dovrebbero portare in cresta e successivamente alla cima della Piccola Croda Rossa (Croda Rossa Pizora - Kl. Gaisl). Continuiamo costeggiando le bianche rocce con impressi vecchi segni del sentiero con le indicazioni "Al Bivacco", fino a raggiungere la Madonna della Solitudine a quota 2170 metri circa. Qui una targa commemorativa celebra la nascita e la fine nel 2013 del bivacco dall'Oglio. Un'ultima salita tra colli erbosi tra vento impetuoso e sole che ora, finalmente, ci scalda con un tepore quasi primaverile. Alle nostre spalle un panorama mozzafiato sulle Tofane, le cime di Fanes e in fondo anche sul comprensorio del Nuvolau.
Ecco la Val Montesela! Un anfiteatro roccioso che abbraccia un vecchio ghiacciaio ormai estinto. Le pareti candide di Ra Geralbes si contrappongono alle scarlatte creste della Pala di Ra Fedes in un connubio insolito, un insieme di rocce che sembrano quasi disposte con una geometria senza logica ma che nell'insieme crea una armonia e un ampio respiro per occhi e mente. La luce del sole illumina solo una parte della valle, l'ombra si delinea proprio al centro della valle quasi ad indicarci la via da percorrere. La prima parte di Val Montesela (o Val Montejéla o, ancora, Ra Montejéla) sembra una campo minato della Prima Guerra Mondiale: un trapunto di buche, colli, rocce accatastate e radi pini mughi che fanno credere ad un campo di battaglia. Questo, però, è uno dei pochi punti in cui la Grande Guerra non ha messo uomini o infrastrutture, è una zona di retrovia ma con difficili accessi al fronte. Anche per questo la Val Montesela è difficilmente percorsa da umani. Le prime testimonianze le abbiamo da parte di Paul Grohmann nel suo libro del 1862 "La scoperta delle Dolomiti" in cui dice: "La Croda Rossa d'Ampezzo, 3148 m viene salita sia da Cortina che da Carbonin. Poiché i due sentieri si riuniscono all'attacco delle rocce, passo subito alle notizie che ritengo le più importanti per l'ascensione. Quando cominciai ad interessarmi a questa montagna, la cima non era stata ancora salita ed i cacciatori d'Ampezzo non davano molte speranze sulle possibilità di poterlo fare. Un giorno mi si presentò Angelo Pizzo di Chiave e mi riferì una notizia importante, assicurandomi di aver notato durante una recente battuta di caccia il posto ove i camosci saltavano per traversare una certa parete che precipita verso la Val Montesela. Egli allora era salito fin là per una gola ripidissima che porta alla cresta del monte, ed aveva constatato che la cima era ancora un pò lontana, ma senza ostacoli. [….] mi misi in cammino per salire la Croda Rossa. Dalla cima scendono due larghi valloni, Valbones e Montesela, verso la valle del Boite, che lasciavano intravedere la possibilità di salirli. Angelo Pizzo fu del parere di servirsi della Val Montesela, e fu un errore perché ci costrinse ad una lunga deviazione, tanto più che eravamo partiti troppo tardi da Cortina. Per Podestagno, Pauses e l'Alpe della Stua venimmo alla base del vallone, dove a destra scendeva la gola di cui parlava Pizzo. Risalendola, la trovai ripida, lunga, faticosa e difficile, e arrivati in cresta m'accorsi che Pizzo aveva fatto male i suoi conti: la cresta era sì comoda e larga, ma finiva su una cima secondaria."
Il buon Grohmann con queste parole indica la profonda gola che porta alla ripidissima Forcella Nord. La possiamo vedere anche noi: stretta, angusta, ricoperta da una coperta di ghiaccio che acuisce la difficoltà. Sembra davvero impossibile ma, passo dopo passo vediamo delle vie di salita decisamente fattibili sebbene il ghiaione debba essere davvero super compatto e tecnico. Non è però una tappa della giornata odierna e non ce ne preoccupiamo molto. Procediamo quindi al centro della valle che ormai è diventata un vero e proprio ghiaione. Rocce piccole e accorpate da cristalli di ghiaccio rimangono ben posizionate al suolo e permettono una rapida progressione. Improvvisamente una scarica di sassi proveniente alla nostra sinistra ci blocca e identifichiamo l'origine del boato. In corrispondenza del rumore c'è una macchia scura; mettiamo a fuoco e notiamo un bellissimo camoscio, immobile, che ci squadra per capire se lo abbiamo visto. Lo soprannominiamo "Bepi". Di lì a poco lo osserviamo scendere da Ra Geralbes, attraversare l'intera Val Montesela saltellando, per portarsi infine proprio in corrispondenza delle rocce a picco che portano all' Forcella Nord sulla Pala de Ra Fedes.
Il ghiaione cambia ancora mentre continuiamo la salita al cuore della valle. Ora sono rocce di medi dimensioni instabili e accatastate in equilibrio precario. Arriviamo a quota 2500 metri circa e dei salti di roccia bloccano il nostro passaggio. Scegliamo di prenderli di petto con un facile scrambling sul versante orografico sinistro. Superiamo agilmente le pareti rocciose e proseguiamo su una nuova variante di ghiaione con fine pietrisco. Lo scenario cambia ancora: davanti a noi la Dolomia in tutto il suo splendore si presenta con ripiegamenti che sembrano le pagine di un libro. Poco più in là risulta invece più compatta e stabile con il suo colore rosato inconfondibile. Alla base di queste masse rocciose dall'attraente sinuosità, un ghiaione rosso acceso si compone di una serie di rocce medio grandi altamente instabili e, poco sopra, si riesce già a vedere il pietrisco scivoloso e compatto dei canaloni tecnici. Ci fermiamo e ci armiamo di caschetto. In lontananza ancora delle altre scariche. Procediamo, ora a fatica, dove ogni passo insinua una scivolata o una perdita di equilibrio su questi massi dalla stabilità veramente precaria. In corrispondenza di un agglomerato roccioso al centro del ghiaione, Diego sente, e vede, di lì a poco una scarica di sassi esattamente sulla nostra direttrice. Fragore e il successivo "fumo" dello schianto si dirada velocemente lasciando spazio al silenzio assordante che ci sta accompagnando dall'ingresso in valle. Diamo la colpa dell'accaduto agli amici di "Bepi" e, con molta attenzione, procediamo in corrispondenza delle pareti verticali del comprensorio della Croda Rossa.
La grotta dovrebbe essere molto vicina a noi, più spostata alla nostra destra (nel lato del versante orografico sinistro). Diego è già stato qui nella sua avventura alla Crodaccia Alta e ricorda molto bene dove l'ha vista nella discesa in quella avventura. Siamo a quota 2700 metri circa, il sole adesso è a piombo su di noi, il ghiaione è nella sua ultima variante, la più impegnativa. Ci accostiamo alle pareti verticali tendendo sempre l'orecchio per eventuali scariche. Eccola lì: vediamo il pertugio della grotta davanti a noi. Dobbiamo proseguire rasenti le pareti, stando attenti all'infido ghiaino sotto i nostri piedi e in breve la raggiungiamo. Gli ultimi passi sono i più tecnici: piede fermo, bastoncino ben conficcato, un po' di neve a complicare il tutto, ma finalmente eccoci!
La grotta è decisamente inesplorata, nessun uomo sembra averci messo il naso. Con sorpresa non troviamo nemmeno tracce di animali o di passaggio per un ricovero di fortuna. La caverna non ha sbocchi, si inoltra nella montagna per circa 30 metri e possiede delle conformazioni di ghiaccio più preponderanti nella versione di stalagmiti. Può essere la temperatura decisamente alta per la stagione, ma non si notano stalattiti e le stalagmiti sembrano "giovani", create da poco. Non ci sono conformazioni di calcare bianco, il ghiaccio sembra proprio fresco. Il tetto della grotta sgombro da stalattiti può indicare un crollo recente del soffitto. Di fatti, tutto intorno a noi ci sono rocce appuntite, anomale in una grotta in cui solitamente il tempo leviga, corrode traverso l'acqua addolcendo gli speroni. Nessun osso, nessuna carcassa, nessuna traccia di forme di vita. Forse siamo davvero i primi esseri viventi ad esserci entrati! Una volta raggiunta la profondità più buia, una volta girati, possiamo godere di una finestra naturale sull'intera Val Montesela in una fotografia unica e impareggiabile! Al termine degli scatti di rito per immortalare la scoperta, torniamo sui nostri passi eseguendo a ritroso la via costeggiando la dolomia verticale.
Diego, una volta tornati all'apice centrale della valle, si stacca per avventurarsi alla ricerca di una via alternativa per raggiungere la forcella e guadagnare le creste per raggiungere la Crodaccia Alta, magari per una prossima avventura!
Il ghiaione che sembrava compatto e tecnico in salita si rivela divertente e piacevole in discesa… per poco però, perchè le grandi rocce sconnesse ci rallentano pesantemente quasi più della salita. Arrivano le rocce piccole più agevoli, ma di lì a poco, nuovamente massi instabili e più grandi dei precedenti. Superiamo i salti di roccia, questa volta nel versante orografico destro senza nemmeno scrmabling. Il ghiaione si trasforma di nuovo con sassi piccoli più agevoli e, infine, rocce fisse e piatte bloccate da uno strato di ghiaccio. Insomma il riassunto della discesa potrebbe essere sicuramente indicata con due parole: variazioni di ghiaioni!
Lasciamo la val Montejéla ora completamente assolata e ci spostiamo sulle vermiglie ghiaie della Pala di Ra Fedes in direzione del pian di Lerosa. Anche qui il ghiaione non è mai banale, forse più tecnico ancora della Val Montesela perchè i massi sono decisamente grandi e alcuni altamente instabili nella prima parte. Ometti permettono di identificare la via corretta da intraprendere sempre in costante direzione Sud. Arrivati al grosso impluvio consiglio di accedervi attraverso l'ometto ben visibile e percorrerlo fino al suo termine. Alla fine, infatti, si trasforma in un comodo ammasso ghiaioso facilmente percorribile e dal quale si vedono degli evidenti ometti guardando in direzione della Croda de R'Ancona.
Dopo circa 2h 30m dalla partenza dalla grotta raggiungiamo gli ameni prati di Lerosa a quota 2000 metri circa. Il sole sta già cominciando a tramontare e la dolomia si comincia a tingere di un colore spettacolare! Il panorama a 360 gradi mozzafiato va dalle Tofane, a Lavinores alle cime di Fanes. In breve siamo su traccia CAI numero 8 e ritorniamo presto a malga Ra Stua dove l'infuocata del sole ci fa sobbalzare per la magica chiusura che ci regala sul Ra Geralbes e la Pala de Ra Fedes.
Si chiude così una splendida avventura esplorativa in una valle insolita, fuori da sentieri segnati e dai luoghi blasonati del cortinese. Una zona che riporta a storie di cacciatori, camosci che scorrazzano liberi tra le crode, memoria di prime ascese storiche di fine ‘800! Ciliegina sulla torta, l'inedita grotta che non è nemmeno segnata sulle cartine topografiche. Una soddisfazione immensa!
Se volete approfondire ulteriormente e avere maggiori dettagli sull'avventura, vi consiglio il blog di Diego "Windchili": Esplorazione della grotta di Val Montejela ed apertura della via per l’omonima forcella!
Metà novembre, il tempo è ancora insolitamente sereno. La neve non ha ancora fatto il suo ingresso nella stagione. Oggi assieme all'inseparabile Diego siamo nel Parco Naturale delle Dolomiti Ampezzane per l'esplorazione di un luogo inedito in Val Montesela!
Raggiungiamo di prima mattina il parcheggio di Malga Ra Stua accessibile in questo periodo dell'anno senza bisogno di navetta. Siamo nel comprensorio della Croda Rossa d'Ampezzo e la nostra avventura è diretta proprio alla sue pendici. Parcheggiamo l'auto e riscontriamo subito una temperatura rigida, appena sotto lo zero; un freddo secco che ci garantirà una progressione senza sudare.
Iniziamo percorrendo la strada che lascia la Malga, sentiero CAI numero 6, e che si inoltra nel Valon Scuro. A pochi passi dalla partenza, un accenno di sentiero si stacca sui prati alla destra procedendo in mezzo al bosco. Cominciamo a salire e a guadagnare dislivello tra abeti e larici scegliendo man mano la via più agevole in direzione Nord-NordEst. Appena superato la quota di 1890 metri troviamo un pianoro sgombro di alberi dal quale si gode di una spendida vista sulle Tofane (da un'angolazione inedita) e sul monte Lavinores. Ritorniamo nel bosco in direzione Nord e superiamo il ruscello Ru de re Cuódes. Siamo nella costa boscosa denominata Tremonti. In breve raggiungiamo il Pian de Socroda, in corrispondenza della parete rocciosa Sote Croda. Da questa posizione possiamo vedere una parete alberata che divide Pala de Ra Fedes, a destra, e Ra Geralbes, a sinistra. Noi dovremo superare quella parete che da qui sembra davvero irta e inaccessibile.
Spostandoci sulla sinistra del Pian de Socroda troviamo vecchi segni CAI sugli alberi e alcuni ometti ben visibili. Questo era il vecchio sentiero che portava al bivacco dall'Oglio e doveva essere già visibile da questo pianoro in corrispondenza delle ghiaie rossastre che scendono dalla Pala di Ra Fedes. Seguiamo la traccia dapprima tra mughi radi e poi su pendici erbose quasi verticali. Si prosegue faticosamente ma guadagnando rapidamente dislivello. L'erba fa sempre più spazio a sassi e rocce che sicuramente sono cadute dalla vicina Ra Geralbes. La via infatti porta sempre più sotto la parete rocciosa dove sono visibili delle facili tracce che dovrebbero portare in cresta e successivamente alla cima della Piccola Croda Rossa (Croda Rossa Pizora - Kl. Gaisl). Continuiamo costeggiando le bianche rocce con impressi vecchi segni del sentiero con le indicazioni "Al Bivacco", fino a raggiungere la Madonna della Solitudine a quota 2170 metri circa. Qui una targa commemorativa celebra la nascita e la fine nel 2013 del bivacco dall'Oglio. Un'ultima salita tra colli erbosi tra vento impetuoso e sole che ora, finalmente, ci scalda con un tepore quasi primaverile. Alle nostre spalle un panorama mozzafiato sulle Tofane, le cime di Fanes e in fondo anche sul comprensorio del Nuvolau.
Ecco la Val Montesela! Un anfiteatro roccioso che abbraccia un vecchio ghiacciaio ormai estinto. Le pareti candide di Ra Geralbes si contrappongono alle scarlatte creste della Pala di Ra Fedes in un connubio insolito, un insieme di rocce che sembrano quasi disposte con una geometria senza logica ma che nell'insieme crea una armonia e un ampio respiro per occhi e mente. La luce del sole illumina solo una parte della valle, l'ombra si delinea proprio al centro della valle quasi ad indicarci la via da percorrere. La prima parte di Val Montesela (o Val Montejéla o, ancora, Ra Montejéla) sembra una campo minato della Prima Guerra Mondiale: un trapunto di buche, colli, rocce accatastate e radi pini mughi che fanno credere ad un campo di battaglia. Questo, però, è uno dei pochi punti in cui la Grande Guerra non ha messo uomini o infrastrutture, è una zona di retrovia ma con difficili accessi al fronte. Anche per questo la Val Montesela è difficilmente percorsa da umani. Le prime testimonianze le abbiamo da parte di Paul Grohmann nel suo libro del 1862 "La scoperta delle Dolomiti" in cui dice: "La Croda Rossa d'Ampezzo, 3148 m viene salita sia da Cortina che da Carbonin. Poiché i due sentieri si riuniscono all'attacco delle rocce, passo subito alle notizie che ritengo le più importanti per l'ascensione. Quando cominciai ad interessarmi a questa montagna, la cima non era stata ancora salita ed i cacciatori d'Ampezzo non davano molte speranze sulle possibilità di poterlo fare. Un giorno mi si presentò Angelo Pizzo di Chiave e mi riferì una notizia importante, assicurandomi di aver notato durante una recente battuta di caccia il posto ove i camosci saltavano per traversare una certa parete che precipita verso la Val Montesela. Egli allora era salito fin là per una gola ripidissima che porta alla cresta del monte, ed aveva constatato che la cima era ancora un pò lontana, ma senza ostacoli. [….] mi misi in cammino per salire la Croda Rossa. Dalla cima scendono due larghi valloni, Valbones e Montesela, verso la valle del Boite, che lasciavano intravedere la possibilità di salirli. Angelo Pizzo fu del parere di servirsi della Val Montesela, e fu un errore perché ci costrinse ad una lunga deviazione, tanto più che eravamo partiti troppo tardi da Cortina. Per Podestagno, Pauses e l'Alpe della Stua venimmo alla base del vallone, dove a destra scendeva la gola di cui parlava Pizzo. Risalendola, la trovai ripida, lunga, faticosa e difficile, e arrivati in cresta m'accorsi che Pizzo aveva fatto male i suoi conti: la cresta era sì comoda e larga, ma finiva su una cima secondaria."
Il buon Grohmann con queste parole indica la profonda gola che porta alla ripidissima Forcella Nord. La possiamo vedere anche noi: stretta, angusta, ricoperta da una coperta di ghiaccio che acuisce la difficoltà. Sembra davvero impossibile ma, passo dopo passo vediamo delle vie di salita decisamente fattibili sebbene il ghiaione debba essere davvero super compatto e tecnico. Non è però una tappa della giornata odierna e non ce ne preoccupiamo molto. Procediamo quindi al centro della valle che ormai è diventata un vero e proprio ghiaione. Rocce piccole e accorpate da cristalli di ghiaccio rimangono ben posizionate al suolo e permettono una rapida progressione. Improvvisamente una scarica di sassi proveniente alla nostra sinistra ci blocca e identifichiamo l'origine del boato. In corrispondenza del rumore c'è una macchia scura; mettiamo a fuoco e notiamo un bellissimo camoscio, immobile, che ci squadra per capire se lo abbiamo visto. Lo soprannominiamo "Bepi". Di lì a poco lo osserviamo scendere da Ra Geralbes, attraversare l'intera Val Montesela saltellando, per portarsi infine proprio in corrispondenza delle rocce a picco che portano all' Forcella Nord sulla Pala de Ra Fedes.
Il ghiaione cambia ancora mentre continuiamo la salita al cuore della valle. Ora sono rocce di medi dimensioni instabili e accatastate in equilibrio precario. Arriviamo a quota 2500 metri circa e dei salti di roccia bloccano il nostro passaggio. Scegliamo di prenderli di petto con un facile scrambling sul versante orografico sinistro. Superiamo agilmente le pareti rocciose e proseguiamo su una nuova variante di ghiaione con fine pietrisco. Lo scenario cambia ancora: davanti a noi la Dolomia in tutto il suo splendore si presenta con ripiegamenti che sembrano le pagine di un libro. Poco più in là risulta invece più compatta e stabile con il suo colore rosato inconfondibile. Alla base di queste masse rocciose dall'attraente sinuosità, un ghiaione rosso acceso si compone di una serie di rocce medio grandi altamente instabili e, poco sopra, si riesce già a vedere il pietrisco scivoloso e compatto dei canaloni tecnici. Ci fermiamo e ci armiamo di caschetto.
Data
17-11-2024
Distanza
10.82 KM
Tipo escursione
Escursione
Dislivello
1113 mt
- Montagna
Croda Rossa d’Ampezzo
- Indirizzo
Cortina d’Ampezzo, Veneto, Italy
- Altitudine
2715.00 m
- Rifugi
- Informazioni
In lontananza ancora delle altre scariche. Procediamo, ora a fatica, dove ogni passo insinua una scivolata o una perdita di equilibrio su questi massi dalla stabilità veramente precaria. In corrispondenza di un agglomerato roccioso al centro del ghiaione, Diego sente, e vede, di lì a poco una scarica di sassi esattamente sulla nostra direttrice. Fragore e il successivo "fumo" dello schianto si dirada velocemente lasciando spazio al silenzio assordante che ci sta accompagnando dall'ingresso in valle. Diamo la colpa dell'accaduto agli amici di "Bepi" e, con molta attenzione, procediamo in corrispondenza delle pareti verticali del comprensorio della Croda Rossa.
La grotta dovrebbe essere molto vicina a noi, più spostata alla nostra destra (nel lato del versante orografico sinistro). Diego è già stato qui nella sua avventura alla Crodaccia Alta e ricorda molto bene dove l'ha vista nella discesa in quella avventura. Siamo a quota 2700 metri circa, il sole adesso è a piombo su di noi, il ghiaione è nella sua ultima variante, la più impegnativa. Ci accostiamo alle pareti verticali tendendo sempre l'orecchio per eventuali scariche. Eccola lì: vediamo il pertugio della grotta davanti a noi. Dobbiamo proseguire rasenti le pareti, stando attenti all'infido ghiaino sotto i nostri piedi e in breve la raggiungiamo. Gli ultimi passi sono i più tecnici: piede fermo, bastoncino ben conficcato, un po' di neve a complicare il tutto, ma finalmente eccoci!
La grotta è decisamente inesplorata, nessun uomo sembra averci messo il naso. Con sorpresa non troviamo nemmeno tracce di animali o di passaggio per un ricovero di fortuna. La caverna non ha sbocchi, si inoltra nella montagna per circa 30 metri e possiede delle conformazioni di ghiaccio più preponderanti nella versione di stalagmiti. Può essere la temperatura decisamente alta per la stagione, ma non si notano stalattiti e le stalagmiti sembrano "giovani", create da poco. Non ci sono conformazioni di calcare bianco, il ghiaccio sembra proprio fresco. Il tetto della grotta sgombro da stalattiti può indicare un crollo recente del soffitto. Di fatti, tutto intorno a noi ci sono rocce appuntite, anomale in una grotta in cui solitamente il tempo leviga, corrode traverso l'acqua addolcendo gli speroni. Nessun osso, nessuna carcassa, nessuna traccia di forme di vita. Forse siamo davvero i primi esseri viventi ad esserci entrati! Una volta raggiunta la profondità più buia, una volta girati, possiamo godere di una finestra naturale sull'intera Val Montesela in una fotografia unica e impareggiabile! Al termine degli scatti di rito per immortalare la scoperta, torniamo sui nostri passi eseguendo a ritroso la via costeggiando la dolomia verticale.
Diego, una volta tornati all'apice centrale della valle, si stacca per avventurarsi alla ricerca di una via alternativa per raggiungere la forcella e guadagnare le creste per raggiungere la Crodaccia Alta, magari per una prossima avventura!
Il ghiaione che sembrava compatto e tecnico in salita si rivela divertente e piacevole in discesa… per poco però, perchè le grandi rocce sconnesse ci rallentano pesantemente quasi più della salita. Arrivano le rocce piccole più agevoli, ma di lì a poco, nuovamente massi instabili e più grandi dei precedenti. Superiamo i salti di roccia, questa volta nel versante orografico destro senza nemmeno scrmabling. Il ghiaione si trasforma di nuovo con sassi piccoli più agevoli e, infine, rocce fisse e piatte bloccate da uno strato di ghiaccio. Insomma il riassunto della discesa potrebbe essere sicuramente indicata con due parole: variazioni di ghiaioni!
Lasciamo la val Montejéla ora completamente assolata e ci spostiamo sulle vermiglie ghiaie della Pala di Ra Fedes in direzione del pian di Lerosa. Anche qui il ghiaione non è mai banale, forse più tecnico ancora della Val Montesela perchè i massi sono decisamente grandi e alcuni altamente instabili nella prima parte. Ometti permettono di identificare la via corretta da intraprendere sempre in costante direzione Sud. Arrivati al grosso impluvio consiglio di accedervi attraverso l'ometto ben visibile e percorrerlo fino al suo termine. Alla fine, infatti, si trasforma in un comodo ammasso ghiaioso facilmente percorribile e dal quale si vedono degli evidenti ometti guardando in direzione della Croda de R'Ancona.
Dopo circa 2h 30m dalla partenza dalla grotta raggiungiamo gli ameni prati di Lerosa a quota 2000 metri circa. Il sole sta già cominciando a tramontare e la dolomia si comincia a tingere di un colore spettacolare! Il panorama a 360 gradi mozzafiato va dalle Tofane, a Lavinores alle cime di Fanes. In breve siamo su traccia CAI numero 8 e ritorniamo presto a malga Ra Stua dove l'infuocata del sole ci fa sobbalzare per la magica chiusura che ci regala sul Ra Geralbes e la Pala de Ra Fedes.
Si chiude così una splendida avventura esplorativa in una valle insolita, fuori da sentieri segnati e dai luoghi blasonati del cortinese. Una zona che riporta a storie di cacciatori, camosci che scorrazzano liberi tra le crode, memoria di prime ascese storiche di fine ‘800! Ciliegina sulla torta, l'inedita grotta che non è nemmeno segnata sulle cartine topografiche. Una soddisfazione immensa!
Se volete approfondire ulteriormente e avere maggiori dettagli sull'avventura, vi consiglio il blog di Diego "Windchili": Esplorazione della grotta di Val Montejela ed apertura della via per l’omonima forcella!
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DifficoltàEscursionisti Esperti - sono intinerari generalmente segnalati ma con qualche difficoltà: il terreno può essere costituito da pendii scivolosi di erba, misti di rocce ed erba, pietraie, lievi pendii innevati o anche singoli passaggi rocciosi di facile arrampicata (uso delle mani in alcuni punti). Pur essendo percorsi che non necessitano di particolare attrezzatura, si possono presentare tratti attrezzati se pur poco impegnativi. Richiedono una discreta conoscenza dell'ambiente alpino, passo sicuro ed assenza di vertigini. La preparazione fisica deve essere adeguata ad una giornata di cammino abbastanza continuo. |